Dracula di Bram Stoker
Dracula di Bram Stoker (1992) USA di Francis Ford Coppola
In seguito al tragico suicidio della sua amata sposa Elisabeta, il condottiero rumeno Vlad Tepes (1431) rinnega Dio, trasformandosi nel vampiro immortale Dracula. Quattro secoli dopo, il giovane avvocato Jonathan Harker si reca nel suo castello in Transilvania per affari immobiliari. Quando Dracula vede un ritratto di Mina, la fidanzata di Harker, riconosce in lei la reincarnazione di Elisabeta. Il Conte si reca così in una Londra vittoriana e tecnologicamente nascente, determinato a riconquistare il suo amore perduto e diffondendo un’antica maledizione che solo il Professor Abraham Van Helsing può tentare di fermare.
Dracula di Bram Stoker non è semplicemente un film; è un’opera lirica sontuosa, un saggio sul cinema mascherato da horror gotico, un’orgia visiva di tale eccesso barocco che solo Francis Ford Coppola, bisognoso di un trionfo dopo i fasti (e i flop) passati, poteva orchestrare. Più che un adattamento fedele, il film è un omaggio fiammeggiante alla storia stessa della settima arte. In un gesto quasi filologico, Coppola rinuncia ai (allora nascenti) effetti digitali per abbracciare la magia analogica, quella degli albori. Questo è un film che respira “cinema delle origini”: dalle ombre cinesi che evocano il Faust di Murnau, all’uso espressionista delle sovrimpressioni, delle dissolvenze e della prospettiva forzata, fino ai trucchi di illusione ottica degni di Méliès. L’intera operazione è un atto d’amore verso la celluloide, supervisionato dal figlio Roman Coppola con un approccio volutamente “vecchia scuola”.
Sul piano tecnico, il film è un trionfo assoluto. La fotografia di Michael Ballhaus (storico collaboratore di Fassbinder e Scorsese) è un capolavoro di chiaroscuri; non si limita a illuminare, ma scolpisce le tenebre, usando la luce come un bisturi emotivo. A questo si aggiungono le scenografie di Thomas Sanders (subentrato a Dante Ferretti), che creano un incubo gotico lussureggiante e operistico. Ma il vero colpo da maestro sono i costumi della leggendaria Eiko Ishioka. Non sono abiti, sono architetture psicologiche, estensioni della psiche dei personaggi. Dalla corazza rosso sangue di Vlad (che ne replica la muscolatura) al delirante abito da sposa di Lucy, ogni creazione è un pezzo d’arte avanguardista che fonde il teatro Kabuki con la pittura di Klimt.
Certo, a fronte di questa esplosione estetica, la sceneggiatura di James V. Hart a volte inciampa. Coppola è così innamorato del come (la forma) che quasi si dimentica del cosa (la narrazione), che a tratti manca di coerenza e di energia propulsiva, preferendo le singole, magnifiche vignette alla continuità. Anche il cast viaggia su binari estremi. Gary Oldman è un Dracula magnifico: romantico, mostruoso, tragico e sensuale, lontano anni luce dagli interpreti precedenti. Winona Ryder è la perfetta incarnazione della malinconia e dell’innocenza vittoriana. Purtroppo, sono affiancati da un Anthony Hopkins fin troppo istrionico, che vira il suo Van Helsing verso l’auto-parodia, e da un Keanu Reeves la cui presenza scenica è, per essere generosi, coerentemente vittoriana nella sua rigidezza.
Dracula è un film imperfetto, squilibrato, ma di una passione viscerale. È un’opera febbrile sulla brama (d’amore, di sangue, di cinema) che va rivista non per seguire la trama, ma per il privilegio di perdersi nella sua decadente, ipnotica bellezza.
