Springsteen – Liberami dal nulla
Springsteen – Liberami dal nulla (2025) USA di Scott Cooper
Siamo nel 1981. Bruce Springsteen, reduce dal successo planetario di The River, si ritrova svuotato e perseguitato dai traumi di un’infanzia segnata da un padre anaffettivo. Invece di cavalcare l’onda del rock mainstream, si rifugia in una casa colonica a Colts Neck per incidere, in totale solitudine e con un rudimentale registratore a quattro tracce, le demo di quello che diventerà Nebraska. Il film segue la genesi di questo album spettrale, tra crisi depressive, fantasmi del passato e la strenua difesa di un suono volutamente “sporco” contro le logiche commerciali della Columbia Records.
Diciamocelo chiaramente: il genere dei biopic musicali sta diventando più prevedibile di un cinepanettone, ma Scott Cooper decide fortunatamente di svoltare a sinistra, proprio come fece il Boss nel 1982. Deliver Me from Nowhere non è la solita agiografia scintillante; è piuttosto un’indagine materica sulla texture del suono e sul peso specifico del silenzio.
Da un punto di vista tecnico, il film brilla quando decide di essere “piccolo”. La fotografia di Masanobu Takayanagi abbandona i contrasti accesi dei palchi per abbracciare una grana che ricorda le pellicole anni ’70, restituendo un’atmosfera opaca, quasi umida, tipica dell’inverno nel New Jersey. Ma il vero protagonista tecnico è il montaggio sonoro: la resa del celebre registratore Teac Tascam Series 144 è pura pornografia per audiofili. Sentire il fruscio del nastro che accompagna la voce roca di Jeremy Allen White ci ricorda quella che Brian Eno chiamava “la bellezza del fallimento”.
Jeremy Allen White compie un lavoro di sottrazione ammirevole. Se in The Bear la sua ansia era esplosiva, qui è implosiva, tutta giocata su micro-espressioni e sguardi persi nel vuoto di chi sta cercando di “spurgare” i propri demoni su carta. Al suo fianco, un Jeremy Strong (Jon Landau) straordinariamente misurato funge da ancora razionale in un oceano di incertezza creativa.
Certo, la pellicola inciampa in qualche flashback didascalico in bianco e nero che sa di già visto, e la sottotrama romantica con Faye appare più come una necessità di sceneggiatura che una reale urgenza narrativa. Tuttavia, quando Cooper si concentra sulla “battaglia del mix” — con Landau che cerca di preservare l’integrità di quelle registrazioni domestiche contro i dubbi dei dirigenti — il film tocca vette di autenticità rara. Non è un film su una rockstar, è un film sull’artigianato del dolore.
