28 anni dopo

Il nostro parere

28 anni dopo (2024) UK di Danny Boyle


Ventotto anni dopo che il virus della “Rabbia” ha devastato la Gran Bretagna, l’isola è una zona di quarantena dimenticata dal mondo, dove i sopravvissuti vivono in comunità isolate e regredite. Il dodicenne Spike, addestrato dal padre Jamie a sopravvivere tra le rovine, intraprende un viaggio pericoloso verso l’entroterra per portare la madre malata, Isla, al cospetto dell’enigmatico Dr. Kelson. In un paesaggio dove la natura si è ripresa le città, Spike scoprirà che gli infetti non sono solo più evoluti e organizzati, ma che la linea tra umanità e ferocia è diventata ormai quasi invisibile.


Dimenticate il digitale granuloso e pionieristico della Canon XL-1 che nel 2002 conferiva a 28 giorni dopo quel sapore documentaristico e sporco. In 28 anni dopo, Boyle compie una scelta tecnica audace quanto controversa: gira quasi interamente con iPhone 15 Pro Max. Il risultato è un’immagine che trasuda una modernità iper-vivida, quasi acida, dove il verde delle campagne inglesi appare saturato oltre il naturale, creando un contrasto stridente con la brutalità degli eventi. Se da un lato la fluidità della ripresa esalta la cinetica dei nuovi “Alpha” — infetti che hanno scambiato la cecità della rabbia con una parvenza di struttura sociale — dall’altro l’instabilità della risoluzione in alcune scene a bassa luce (come i momenti attorno al fuoco) farà storcere il naso ai puristi della texture cinematografica classica.

La sceneggiatura di Garland abbandona la struttura del survival horror puro per abbracciare il romanzo di formazione distopico. Il focus non è più sulla fuga, ma sull’adattamento. La prova di Alfie Williams è una rivelazione, capace di reggere il confronto con veterani del calibro di Ralph Fiennes, il cui Dr. Kelson flirta con il mito del “colonnello Kurtz” in versione virologa.

Tuttavia, il film soffre di una certa frammentarietà narrativa. Essendo il primo capitolo di una nuova trilogia, la pellicola si comporta più come un sontuoso “Atto I” che come un’opera autoconclusiva. Il montaggio di Jon Harris, pur essendo magistrale nelle sequenze d’azione (con quegli still frame quasi subliminali durante le uccisioni), non riesce a mascherare un cambio di ritmo troppo brusco tra la prima parte adrenalinica e la seconda, più contemplativa e rarefatta. È un cinema che evolve, proprio come il virus, lasciandoci però con la sensazione di aver assistito a un prologo di lusso, tecnicamente sfacciato e visivamente polarizzante.

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