Black Adam
Black Adam (2022) USA di Jaume Collet-Serra
Dopo 5000 anni di prigionia, Teth-Adam viene risvegliato nella sua terra natale, la moderna Kahndaq, ora oppressa dalla spietata organizzazione criminale Intergang. Nato come schiavo e rinato come un dio, il suo ritorno non è quello di un salvatore, ma di una furia distruttiva alimentata da una rabbia antica. Le sue brutali metodologie allertano il mondo e spingono all’azione la Justice Society of America (JSA), un team di metaumani composto da Hawkman, Doctor Fate, Cyclone e Atom Smasher, inviato per neutralizzare la minaccia prima che la sua concezione di “giustizia” rada al suolo il pianeta.
In un momento di caos e ristrutturazione per l’universo cinematografico DC, Black Adam si abbatte sullo schermo con la stessa grazia del suo protagonista che sfonda un muro: è diretto, brutale e del tutto disinteressato alle sottigliezze. Il regista Jaume Collet-Serra, già a suo agio con la fisicità di Dwayne Johnson in Jungle Cruise, orchestra un fracasso visivo che attinge a piene mani dall’estetica “snyderiana”: il ralenti esasperato, le composizioni plastiche che trasformano ogni impatto in un’epica tavola di fumetto e una fotografia desaturata interrotta solo dal fulgore dorato dei poteri divini. L’azione, va detto, è il fulcro del film e raramente delude in termini di puro spettacolo cinetico, mettendo in scena una gerarchia del potere che appare schiacciante e indiscutibile.
È proprio su questa figura monolitica che si regge e, al contempo, si incrina l’intera operazione. Dwayne Johnson incarna Teth-Adam con una presenza scenica innegabile, un blocco di granito la cui staticità espressiva si sposa perfettamente con la natura millenaria e disillusa del personaggio. Il problema sorge quando la sceneggiatura, firmata a sei mani, introduce un’intrigante premessa “antieroica” per poi non avere il coraggio di portarla fino in fondo. Il conflitto etico tra la giustizia sommaria di Adam e l’idealismo da manuale di Hawkman (un Aldis Hodge convincente nel suo ruolo di rigido antagonista morale) viene progressivamente smussato, riallineando la narrazione sui binari sicuri e convenzionali del cinecomic moderno. La furia divina viene addomesticata, la sua complessità sacrificata sull’altare di un terzo atto che esige un nemico comune e un fronte unito.
Il film abbozza temi interessanti – la critica a un intervento supereroistico che ignora decenni di oppressione geopolitica, il concetto di eroe visto dagli occhi di un popolo soggiogato – ma li lascia galleggiare in superficie, travolti da un ritmo martellante e da un umorismo che insegue, senza troppa originalità, la formula Marvel. La stessa Justice Society, pur potendo contare sul carisma di un Pierce Brosnan perfetto nel ruolo del saggio e tormentato Doctor Fate, rimane un insieme di archetipi funzionali alla trama, ma privi di un reale approfondimento.
Black Adam si configura quindi come un kolossal contraddittorio: da un lato un prodotto d’intrattenimento efficace, quasi primitivo nella sua glorificazione della forza bruta; dall’altro, un’occasione mancata di esplorare le zone d’ombra di un personaggio potenzialmente affascinante. È il film-ponte che la DC forse non cercava, ma di cui aveva bisogno: un reset parziale che conserva le tracce del passato (l’impatto visivo) ma guarda a un futuro più corale e, si spera, narrativamente più audace. Per ora, la gerarchia del potere è chiara; quella della qualità, ancora tutta da definire.
