Nightbitch

Il nostro parere

Nightbitch (2024) USA di Marielle Heller


Una ex artista, ora madre a tempo pieno, si ritrova intrappolata nella monotonia asfissiante della cura del suo bambino di due anni, mentre il marito è costantemente in viaggio per lavoro. L’isolamento e la perdita della propria identità la spingono sull’orlo di una crisi surreale. Inizia infatti a notare inquietanti cambiamenti nel suo corpo: un ciuffo di peli alla base della schiena, denti più aguzzi, un istinto primordiale che la porta a credere di trasformarsi, notte dopo notte, in un cane.



Partiamo dal presupposto: l’idea alla base di “Nightbitch” è folgorante. Utilizzare la metamorfosi ferina come allegoria della maternità – di quella tempesta di istinti, rabbia repressa e annientamento dell’io che la società edulcora – è un concetto di una potenza rara. Marielle Heller, regista che ci ha abituati a ritratti psicologici di grande finezza, alza l’asticella dell’ambizione. Dopo un avvio promettente e inquietante, il film sembra spaventato dalla propria stessa audacia, tirando il freno proprio quando dovrebbe azzannare alla giugulare.

Invece di lasciare che l’angoscia e il surreale serpeggino sottopelle, il film si affida a un voice-over didascalici e a dialoghi che esplicitano ogni singolo sottotesto, neutralizzando il mistero. La rabbia animale della protagonista ci viene più raccontata che mostrata, e quella che dovrebbe essere una discesa viscerale in un istinto primordiale si traduce in sequenze che oscillano incertamente tra il grottesco e il ridicolo involontario, senza mai trovare un centro tonale convincente. La regia, pur efficace nel descrivere la monotonia opprimente della routine domestica, non riesce a sostenere la carica eversiva della premessa.

In questo coraggioso ma irrisolto progetto, si erge Amy Adams. La sua performance è l’unica vera, indiscutibile ragione per vedere “Nightbitch”. L’attrice si getta nel ruolo con un abbandono totale, fisico ed emotivo. È lei il film. Il suo corpo, i suoi scatti di nervi, i suoi occhi che comunicano una disperazione abissale e una nascente, pericolosa libertà, riescono a dare concretezza e verità a ciò che la scrittura lascia solo abbozzato. La Adams non interpreta la metafora, la incarna, salvando la pellicola dal diventare un semplice esercizio di stile su un’idea geniale mal sviluppata.

 

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