Lezioni di cinema. Chi era Andrè Bazin?

Andrè Bazin (1918-1958) è stato il maestro, l’ispiratore, il “profeta” della Nouvelle Vague: l’uomo determinante per la carriera cinematografica di Francois Truffaut. Dopo aver collaborato con diverse riviste, ha fondato, insieme a Jacques Doniol Valcroze, i Cahiers du Cinema. Attorno alla sua figura carismatica si sono raccolti tutti i più grandi cineasti francesi del dopoguerra. La lista è lunghissima: Truffaut, Jean Luc Godard, Eric Rohmer, Claude Chabrol, Jacques Rivette, Robert Bresson e molti altri negli anni a venire.

Particolarmente intenso fu il rapporto che lo legò a Truffaut. Tutti gli amanti del cinema sanno dell’infanzia infelice del regista che trovò proprio in Bazin, conosciuto nelle sue febbrili frequentazioni dei cineforum parigini, la figura di padre che gli era sempre mancata, un punto di riferimento per una vita confusa e tormentata che solo nel cinema saprà trovare soluzione. Fu ancora Bazin a salvarlo, chissà come, dalla sua sventurata adesione alla Legione Straniera. Della folle decisione, avventatamente ispirata da una delusione amorosa, Truffaut si era pentito immediatamente, ma l’intervento di Bazin fu probabilmente fondamentale per la sua salvezza, per consentirgli di rimangiarsi quella firma. L’episodio è narrato anche in Baci Rubati.

Più ancora significativo il suo intervento a livello critico per definire una visione del cinema.

Per Bazin il cinema è il “fatto estetico-sociale” più importante che si sia prodotto nell’era moderna. Per questo motivo auspicava che si costituisse un pubblico competente, che del linguaggio cinematografico conoscesse le tecniche e la storia e che fosse in grado di creare intorno all’opera un ambiente critico, di discussione e di giudizio estetico e socioculturale. Egli auspicava la nascita di cattedre universitarie di cinema, per analizzare una pluralità di discipline, come la psicologia della percezione, la sociologia e la statistica, la psicoanalisi e la politica.

Il cinema va indagato con gli strumenti dell’estetica (per comprendere il senso dell’opera, che non può essere disgiunto dalla storia del linguaggio cinematografico) e con quelli delle scienze umane (per interpretare la funzione antropologica, sociale, storica e politica sia del film sia del cinema considerato nel suo complesso).

Bazin seppe tracciare un’originale idea di cinema. “Il realismo oggettivo della cinepresa determina fatalmente la sua estetica” osserva nel 1944, portando a esempio i film di Max Linder e Tabu di Friedrich Wilhelm Murnau, sempre attuali a distanza di tempo perché capaci di “cercare l’eternità nell’esattezza dell’istante”. Non dunque un realismo come ‘retorica’ del cinema, confrontabile con il realismo poetico francese o con il realismo socialista, ma qualcosa di molto diverso: la coscienza del carattere riproduttivo del dispositivo tecnico cinematografico, la quale, portata a livello di poetica autoriale, si fa motore di un atteggiamento estetico. Coscienza che Bazin trova nei registi che “credono nella realtà” che contrappone ai registi che “credono nell’immagine”. Nel cinema del secondo dopoguerra, Bazin ritiene realizzato questo percorso nel Neorealismo italiano, e in particolare nei film di Roberto Rossellini e della coppia De Sica-Zavattini.

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