L’Arpa di Gesù nel mondo dell’arte

di Gianfranco Angelucci

Angelo Arpa era un gesuita, come il nostro Papa Francesco. Era stato accanto a Fellini da quando, negli anni Cinquanta, si era innamorato del film “La Strada”, e per diffonderne il misterioso messaggio, così profondamente spirituale, aveva inventato il Cineforum, una preziosa palestra di formazione in cui i giovani potevano assistere alle opere cinematografiche di valore e discuterne a volontà. Oggi ricorrono dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 27 marzo 2003, sette giorni dopo il suo novantaduesimo compleanno. L’ultimo suo gesto d’amore per Federico era stato recitare la messa funebre accanto al Cardinale Achille Silvestrini nella basilica di Santa Maria dei Martiri e degli Angeli, e stringere tra le sue le mani di Giulietta, in pianto dirotto, che al passaggio della bara alzava al Cielo la corona del rosario. Dopo la sua morte gli amici più stretti ne hanno raccolto e pubblicato alcuni scritti e pensieri sotto il titolo suggestivo “L’Arpa di Fellini”. Angelo, di antica origine ungherese, il vero cognome del nonno emigrato in Veneto era Arpad, si era fatto prete perché già da bambino era stato chiamato dalla Madonna che gli era apparsa sull’altare, e a lei era restato devoto per tutta la vita, come Giovanni Paolo II, “Totus tuus” (ego sum Maria). Era un alunno di Sant’Ignazio di Loyola, quindi portato a una vita e a una missione tutt’altro che contemplativa, al contrario esercitati in mezzo alla gente, sempre, mescolato alle opere e ai giorni, alla sofferenza e all’esaltazione, adoperandosi perché Dio arrivasse al pari di un’interminabile pioggia di Grazia, potesse essere respirato come l’aria nei polmoni, confuso con la magnificenza del creato, la cultura, l’arte, la bellezza. I gesuiti sono soldati di Gesù, inviati in tutto il mondo dove c’è bisogno di loro, senza esitazioni, senza pregiudizi, senza riserve mentali. Non ho mai conosciuto in vita mia un sacerdote così totalmente aperto alla vita come Angelo, incurante di sé senza alcun compiacimento e con le mani bucate. “Vive con un pugno di sabbia”, diceva di lui Fellini. E tutto ciò che gli veniva dato andava a finire immediatamente nelle mani di qualcuno che avesse bisogno, non tratteneva nulla per sé. Era magrissimo, a pranzo mangiava una mela, a cena qualcosa di più, lo stracchino, un po’ di pane, e aveva intorno alla testa una corona di capelli bianchi che sembravano già un nimbo di luce. Quando sul letto di morte, sprofondato nell’agonia, il confratello Michele Lavra che allora era a capo della Chiesa del Gesù, gli urlò vicino all’orecchio che era stato riaccolto nella Compagnia, nel sembiante cereo e ormai remoto lasciò trapelare l’ombra di un sorriso. E’ stato sepolto al Verano nella tomba generalizia dell’Ordine dove sulla lapide appare la sola data della morte che è l’unica vera nascita nel Signore. Padre Arpa si era molto occupato del Sud America, da cui proviene questo grande Papa; e aveva fondato a Genova il Colombianum, un istituto di scambi culturali con i popoli dell’America Latina, una novità assoluta nell’Italietta del boom, guardata con sospetto da alcuni ambienti politici. Poco attento alla contabilità, il sacerdote era stato accusato di falso in bilancio e tradotto in carcere a Regina Coeli. Fellini, già famosissimo, era accorso in piena notte ottenendo che gli fosse almeno risparmiata la cella e venisse assegnato all’infermeria; poi ottenne dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat la sua liberazione, e al processo Angelo risultò del tutto innocente. Ma intanto la Compagnia di Gesù, per prudenza, lo aveva allontanato dai suoi ranghi. Arpa ne aveva riportato una profonda ferita che non lasciava trasparire, continuava imperterrito nella sua strada di testimonianza a difesa soprattutto dell’arte, essendo un esteta raffinato. Aveva salvato dalla censura “Le Notti di Cabiria” ricorrendo al Cardinale Giuseppe Siri; e al tempo della “Dolce Vita” aveva levato la sua voce contro gli anatemi del Vaticano, al punto che la Curia gli impose per obbedienza il silenzio, impedendogli di esprimersi in pubblico, in materia di cinema, per molti anni a seguire. Neppure quella misura mortificante riuscì a frenarlo; Arpa aveva intorno a sé la stima e l’affetto di tanti registi, i quali ricorrevano ai suoi consigli, di qualsiasi credo e ideologia essi fossero. Pier Paolo Pasolini gli era molto legato. Fellini lo trattava con l’amicizia premurosa che si riserva a una creatura fatata e bisognosa di protezione. “Angelo – diceva – capisce tutto, puoi affidargli qualsiasi cruccio o debolezza, e lui te ne toglie il peso, li prende su di sé.” Il cinema e la cultura farebbero bene a non dimenticarlo.

 

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