Ammazzare stanca
Ammazzare stanca (2025) ITA di Daniele Vicari
Siamo nei primi anni Settanta e la criminalità organizzata calabrese estende le sue propaggini fino al Varesotto. Qui si muove il giovane Antonio Zagari, figlio del boss Giacomo, costretto a una vita di rapine, sequestri ed esecuzioni che il suo stesso corpo rifiuta somaticamente attraverso una viscerale emofobia. Il legame di sangue e l’ombra ingombrante del padre-padrone segnano un destino apparentemente ineluttabile, da cui il protagonista tenterà di emanciparsi. La sua ribellione si consumerà prima attraverso la mimetizzazione nel tessuto operaio lombardo, poi nell’amore familiare e infine nella scelta radicale di affidare alla scrittura autobiografica una vendetta definitiva contro il proprio clan.
Il ritorno di Daniele Vicari alla finzione drammatica si configura come un’operazione che flirta costantemente con i canoni estetici del gangster movie, pur tentando di scardinarne il lirismo romantico a favore di una cruda epica della quotidianità. Vinicio Marchioni domina la scena restituendo la ferocia del patriarcato mafioso attraverso una recitazione sottrattiva, fatta di silenzi e sguardi ieratici che dialogano perfettamente con una messa in scena claustrofobica. Al contrario, la scommessa su Gabriel Montesi si rivela parzialmente irrisolta: l’attore gestisce con efficacia la transizione linguistica verso l’accento varesotto, segno tangibile di un distacco identitario dalle radici calabre, ma fatica a trasmettere la complessa stratificazione interiore di un uomo scisso tra l’obbedienza filiale e il disgusto fisiologico per la violenza.
La regia di Vicari opera una scelta formale interessante nel rifiutare la spettacolarizzazione dell’omicidio. Le esecuzioni sono rappresentate come gesti squallidi, burocratici, inseriti in un calendario criminale che priva la morte di qualsiasi epica noir. Questo rigore espressivo si riflette nell’accurata ricostruzione antropologica degli anni Settanta, dove l’attenzione filologica per le vetture dell’epoca e per gli ambienti non scade mai nel mero esercizio nostalgico, ma funge da recupero di una società opprimente. Il limite del film emerge tuttavia quando la narrazione devia verso i nodi strutturali del cinema di genere; in quei frangenti la fluidità del racconto si sfilaccia, depotenziando la carica eversiva del materiale di partenza.
La scrittura drammaturgica gioca con una fitta rete di rimandi cromatici e citazionistici. Il rifiuto del sangue da parte di Antonio non è solo un dettaglio clinico, ma una costante estetica che la regia dissemina nei dettagli della vita quotidiana, dal rosso del sugo di pomodoro nelle cene di famiglia fino alla carne al sangue consumata a tavola. Questo accostamento tra il rito antropologico della convivialità familiare e l’orrore del delitto crea un cortocircuito efficace, che richiama da vicino certe dinamiche della letteratura noir di Giorgio Scerbanenco o le rarefazioni criminali del primo Fernando Di Leo. È una mimetizzazione sociale in cui gli assassini vivono come operai comuni e si spostano in Fiat 127, nascondendo il potere dietro una normalità dimessa.
Il film trova la sua forza nel conflitto etico ed espressivo di un autore da sempre civile, capace di indagare la forza morale del singolo come atto di resistenza alla degradazione sociale. Dove l’opera mostra il fianco è nell’ambiguità ideologica del finale, in cui il pentimento del protagonista rischia di essere percepito non come una catarsi etica, ma come l’ultima mossa disperata di un uomo d’onore rimasto senza alternative. Resta, comunque, un’opera sorretta da una rigorosa coerenza intellettuale, che predilige il dubbio esistenziale alle facili risposte spettacolari, confermando Vicari come un osservatore attento delle fratture storiche del nostro Paese.
