La magnifica Lillian Hall
La magnifica Lillian Hall (2024) USA di Michael Cristofer
Lillian Hall è un’indiscussa regina di Broadway che ha dedicato l’intera esistenza al palcoscenico, venerata dal pubblico e dai colleghi. Durante le prove di un nuovo, attesissimo allestimento de Il giardino dei ciliegi, l’attrice inizia a dimenticare le battute e a mostrare i primi, inesorabili segni della demenza senile. Nel tentativo di preservare il proprio decoro e il controllo sul proprio mestiere, Lillian nasconde la diagnosi alla devota assistente Edith e alla figlia Margaret, con cui ha un rapporto da tempo incrinato. Mentre il drammaturgo David Flemming lotta per difendere la sua presenza nello spettacolo, la donna si trova a fare i conti con la propria mortalità e con il progressivo sfaldamento della propria identità.
Muovendosi in quel territorio liminale ed espressivamente fecondo che separa la lucida disperazione di Opening Night di John Cassavetes dal crepuscolo dorato del Sunset Boulevard wilderiano, Michael Cristofer firma un’opera che elegge il teatro non a semplice sfondo, ma a vero e proprio prolungamento psicosomatico della sua protagonista. La sceneggiatura di Elisabeth Seldes Annacone, liberamente ispirata alla figura di Marian Seldes, evita con ammirevole rigore le secche del melodramma strappalacrime o della colpevolizzazione materna, restituendoci il ritratto di una donna monumentale che rifiuta la commiserazione persino quando l’abisso della dimenticanza inizia a inghiottirla.
L’intuizione formale più felice della regia risiede nella precisa volontà di sfumare i confini tra la finzione scenica e la realtà quotidiana. I dialoghi possiedono la cadenza lirica e la densità della pagina scritta, supportati da una partitura musicale dichiaratamente operistica che amplifica il senso di urgenza drammatica. Questa stilizzazione, che nelle mani di un esordiente avrebbe rischiato di scivolare in un vuoto accademismo, diventa qui una precisa scelta estetica per raccontare un’artista che sa interpretare il mondo solo attraverso i filtri del proprio artigianato. I movimenti di macchina assecondano questa mutazione percettiva, fluttuando da fluidi piani sequenza che mimano la sicurezza del palcoscenico a improvvisi, instabili primi piani che catturano lo smarrimento della protagonista, traducendo l’avanzare della malattia in un’esperienza viscerale per lo spettatore.
Il gioco di citazioni e risonanze testuali si fa straordinariamente denso grazie alla scelta di mettere in scena Il giardino dei ciliegi di Čechov. La sovrapposizione tra Lillian Hall e la figura di Ljuba, entrambe incapaci di accettare la fine di un’epoca e la perdita del proprio spazio vitale, arricchisce il film di un sottotesto teorico sul tempo e sulla sparizione. Jessica Lange offre una prova maiuscola, d’un’imprevedibilità a tratti terrificante, capace di alternare la magniloquenza della diva alla fragilità nuda della carne. Accanto a lei, la dolente fermezza di Kathy Bates e la sorprendente rivelazione di Lily Rabe creano una partitura attoriale tesa e ricca di sfumature, alleggerita soltanto dai duetti venati di un sommesso romanticismo con il vicino di casa interpretato da Pierce Brosnan. Un’opera cameristica che, pur con qualche passaggio più convenzionale nella parte centrale, si impone come una straziante riflessione sull’autenticità dell’arte come unica via di fuga dal nulla.
