Fuori
Fuori (2025) ITA di Mario Martone
Ci troviamo nella Roma del 1980, dove l’autrice Goliarda Sapienza affronta ristrettezze economiche e la recente cicatrice di una detenzione a Rebibbia per furto di gioielli. Il film si muove in un montaggio discontinuo tra il presente, in cui Goliarda cerca lavoro e si ricongiunge con le ex compagne di cella, e i flashback della prigione. In carcere, l’incontro con la giovane e problematica rivoluzionaria Roberta segna Goliarda profondamente, creando un legame teso, fatto di attrazione e scontri ideologici, che persiste anche “fuori”.
Mario Martone si cimenta con la figura eccezionale di Goliarda Sapienza in un’opera che è, più che un biopic tradizionale, un saggio per immagini sulle geometrie variabili del carcere e della memoria. La scelta di adattare liberamente L’Università di Rebibbia non segue un arco narrativo classico, ma si struttura attraverso una frammentazione temporale anarchica, un andirivieni tra il caldo asfissiante della Roma fuori e l’intimità cruda delle mura carcerarie. Questo approccio è palesemente mirato a rispecchiare il flusso di coscienza e la disconnessione esistenziale di Goliarda, ma si rivela l’elemento più divisivo del film.
Tecnicamente, Martone dimostra ancora una volta la sua maestria nel “disegno dello spazio”. La fotografia di Paolo Carnera è magnifica, inondando l’estate romana di una luce quasi smaterializzante che, unita al suono insistente delle cicale, crea una sensazione di sospensione temporale, di “tempo carcerario” esteso al di fuori. La Roma ritratta non è una cartolina: è un palinsesto stratificato, un luogo dove le rovine antiche e le architetture fasciste dialogano incessantemente con le periferie (Tor Pignattara, Rebibbia) in una tensione topografica che vuole imprigionare lo sguardo. Ogni inquadratura è sapientemente composta: finestre, tunnel della metropolitana, panchine di Termini, tutto si trasforma in una “gabbia formale” che riecheggia la cella di Rebibbia, richiamando la riflessione sul dentro/fuori tipica del cinema autoriale.
Eppure, a fronte di una simile ricchezza formale, la sceneggiatura (scritta con Ippolita Di Majo) fatica a trovare un centro emotivo o tematico solido. L’interrogativo rimane: è una storia d’amore lesbica, un’analisi politica post-anni di Piombo, o un’ode alla scrittura come salvezza? La verità è che non riesce a essere convincentemente nessuna di queste cose, cadendo in una verborrea dialogica che spesso sfiora l’insipido, appesantendo un ritmo già claudicante. Se da un lato l’alchimia tra Valeria Golino (assolutamente dentro il personaggio, disincantata e magnetica) e una straordinaria Matilda De Angelis (fascinante e ribelle) è innegabile, le loro schermaglie sembrano a tratti fini a sé stesse, intrappolate in un loop relazionale che non evolve.
“Fuori” è un’opera ambiziosa che si muove al ritmo del sentire inclassificabile della Sapienza, ma la sua iper-formalizzazione e la sua reticenza a fornire un contesto (specialmente politico/storico) rendono il film un’esperienza contraddittoria, dove l’eccellenza della messa in scena non riesce a compensare la disomogeneità del racconto.
