Un povero ricco

Il nostro parere

Un povero ricco (1983) ITA di Pasquale Festa Campanile


A Milano, l’industriale Eugenio Ronconi, tormentato dalla paura di cadere in miseria, viene spedito dallo psicanalista a fare un po’ di “terapia d’urto” in mezzo ai poveri. Per un mese, quindi, si traveste da addetto alle pulizie nella sua stessa azienda, affitta un appartamento in un palazzone che lui stesso aveva fatto costruire e conosce una giovane madre single di cui si invaghisce. Presto si ritrova a vivere per strada, sotto la guida di un barbone filosofo.



Un tempo andava di moda, nel cinema italiano, proporre queste favole semplici semplici: il ricco che scopre la bellezza della vita da povero e viceversa, che poi di solito il lieto fine si raggiungeva comunque con la fidanzata ricca o povera che fosse. Un po’ come faceva John Landis l’anno prima con Una Poltrona per Due, ma con tutti gli ammennicoli, come si suol dire, del caso. Si vede che l’idea di base di questo film è partorita dalla mente di Renato Pozzetto, che qui, oltre a recitare, ha messo anche la sua zampata nella sceneggiatura. Il risultato è un’analisi sociale che fa acqua da tutte le parti e che si aggrappa a tutti i luoghi comuni e a situazioni più che prevedibili, tra barboni dal cuore d’oro e poveracci che vivono in tuguri ma hanno una serenità che il denaro non può comprare.

Per fortuna la regia di Pasquale Festa Campanile, che aveva già lavorato con il comico milanese in Nessuno è perfetto, riesce a tenere a bada i tipici “pozzettismi”, quelle espressioni un po’ sgangherate che hanno fatto la fortuna dell’attore. Il tocco di Festa Campanile dà una spolverata di dignità a un prodotto che, altrimenti, rischiava di sfaldarsi del tutto, soprattutto grazie a scelte di location a dir poco azzeccate. Un esempio su tutti, la scena del pranzo sul tetto del Duomo di Milano. Ornella Muti ripete, ancora una volta, il suo classico personaggio di donna un po’ misteriosa che aveva già interpretato in altri film di successo. A darle man forte c’è Piero Mazzarella, che nel ruolo del clochard filosofo, quasi un saggio barbone, offre una delle interpretazioni più azzeccate, un personaggio genuino, con tutti i suoi tic e la sua cadenza milanese. Non è un film che lascerà il segno, ma tutto sommato si lascia guardare.

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