Il sindacalista

Il nostro parere

Il sindacalista (1972) ITA di Luciano Salce


A Milano, l’agitatore siciliano Saverio Ravizzi, trasferitosi al nord, lavora come operaio in una fabbrica di frigoriferi. Saverio è un idealista incallito che continua a sollevare i suoi colleghi per ottenere migliori condizioni di lavoro. In questo suo percorso si scontra con il proprietario della fabbrica, il furbissimo Luigi Tamperletti, un padrone con un’indole conciliante, almeno in apparenza.


Sembra che a un certo punto, gli stessi siti di cinema si siano messi d’accordo per far finta che un film come questo non sia mai esistito. Difficile capirne il motivo, a meno di non pensare che la presenza di un attore come Lando Buzzanca in un ruolo principale, abbia creato una sorta di pregiudizio, visto che veniva da un filone di commedie disimpegnate che l’avevano reso una star. Oppure, più semplicemente, forse perché le notizie sul film sono sempre state molto poche. Invece, il capolavoro diretto da Luciano Salce si rivela, ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, un gioiello di umorismo e di lungimiranza.

Siamo abituati a immaginare il cinema di Salce come un universo di farsa e battute a raffica, e in effetti anche qui i toni sono quelli, soprattutto grazie alla presenza di un protagonista come Buzzanca, un attore che aveva fatto della maschera grottesca e sopra le righe il suo marchio di fabbrica. Ma in questo film, l’attore palermitano riesce a tenere a bada la sua vena istrionica per regalarci uno dei suoi ruoli migliori, un personaggio più complesso, più reale e soprattutto, capace di suscitare empatia.

Ne Il sindacalista si ride e si sorride, ma spesso si ha l’impressione che la risata si blocchi in gola. Le situazioni comiche, a volte fuori misura, sono uno strumento per mettere a nudo le contraddizioni del sistema lavorativo italiano e della società in generale. La moglie di Saverio, interpretata da Isabella Biagini, è una macchietta di sicilianità iperbolica, e i duetti tra Buzzanca e Renzo Montagnani, che interpreta il padrone, sono pieni di gag e situazioni paradossali. Quest’ultimo, in particolare, è perfetto nella parte, ed è riuscito a dare un’impronta al suo personaggio, che si è trasformato in un archetipo per molti dei suoi ruoli successivi. Montagnani non si presta al gioco della farsa, il suo personaggio è misurato e sottilmente malvagio, e il contrasto tra i due attori funziona alla perfezione.

Salce non ha paura di affrontare anche temi scomodi. Se la critica di sinistra ha amato molto la satira anti-padronale che emerge dal film, è stata meno entusiasta della critica al sindacato stesso, a suo avviso troppo compromesso e burocratizzato, tanto da diventare un’altra forma di potere da cui difendersi. Salce, infatti, ci mostra un sindacato che non lotta più, che si siede a tavolino e cerca il compromesso, e che a volte tradisce gli stessi principi di chi lo ha fondato. Una scena in particolare, quella in cui Saverio viene picchiato dai suoi stessi compagni, fece molto scalpore all’epoca e testimonia il pessimismo del regista, che non si schiera mai da una parte o dall’altra, ma anzi, ci mostra la difficoltà di ogni lotta che voglia mantenersi pura, e che inevitabilmente si sporca le mani nel momento in cui deve confrontarsi con il potere.

Il sindacalista sembra anche un’anticipazione di quello che succederà tre anni dopo, con il capolavoro Fantozzi. Salce affronta il mondo del lavoro, passando idealmente dalla fabbrica all’ufficio impiegatizio. In entrambi i film, il regista ci racconta un contesto lavorativo in piena evoluzione e involuzione, in cui i conflitti si appianano in favore di un quieto vivere, in cui i padroni comprano il consenso dei lavoratori con regali e concessioni, e in cui l’individualismo trionfa sulla coscienza di classe. Si assiste al passaggio dalla protesta alla rassegnazione, in cui il servilismo diventa un modo per sopravvivere. Non è la lotta a cambiare le cose, ma l’illusione di poter ottenere qualcosa, anche se in forma degradata. Salce, con una lucidità disarmante, ci mostra il disincanto di un’intera generazione, e la fine di un sogno.

In un’epoca di conflitti sociali, Salce aveva già capito tutto, e forse anche di più. Aveva intuito la deriva di un mondo che stava cambiando, la fine delle lotte operaie, il trionfo del quieto vivere, la nascita del neoliberismo e di un capitalismo che non si nutre più solo di profitto, ma anche di consenso e di apparenze. Non è un caso che il personaggio di Tamperletti sembri un prototipo di un certo imprenditore che avrebbe segnato la storia italiana: paternalista, affabile, ma in realtà un manipolatore che usa la stampa, la pubblicità e il welfare aziendale per addormentare i propri dipendenti e renderli suoi adoratori. A distanza di cinquant’anni, Il sindacalista è un film che continua a parlare al nostro presente, e lo fa con una lucidità e una leggerezza che ancora oggi impressionano.

 

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