Un boss in salotto

Il nostro parere

Un boss in salotto (2014) ITA di Luca Miniero

Cristina vive una vita millimetrica in un idilliaco paesino del Trentino insieme al marito Michele e ai figli. Questo equilibrio di facciata crolla quando bussa alla porta il fratello Ciro, un presunto boss della camorra che deve scontare i domiciliari proprio a casa loro. Tra segreti del passato che riemergono — Cristina è in realtà la campana Carmela — e l’improvviso fascino che il “male” esercita sulla comunità locale, la famiglia Coso scoprirà che l’illegalità può essere, paradossalmente, un inaspettato ascensore sociale.


Miniero prosegue il suo viaggio antropologico nell’Italia dei contrasti, ma stavolta decide di alzare la posta: non più solo scontro culturale, ma infiltrazione del malaffare nel salotto buono della borghesia settentrionale. L’intuizione più felice del film è senza dubbio la critica graffiante al perbenismo ipocrita: vedere come i vicini e i datori di lavoro passino dal disprezzo alla servile adulazione pur di compiacere il “boss” (sperando in capitali freschi) è un tocco di satira sociale che eleva la pellicola sopra la media del genere.

Il film poggia quasi interamente sulle spalle di Paola Cortellesi. La sua prova è un esercizio di stile sulla fonetica e sulla micro-mimica: il passaggio dal dialetto veneto stretto alle inflessioni partenopee è gestito con una precisione chirurgica che sottolinea la schizofrenia identitaria del personaggio. Di contro, Rocco Papaleo opta per una recitazione sottrattiva, quasi sorniona, che se da un lato diverte, dall’altro sembra talvolta adagiarsi su un “minimo sindacale” che toglie ritmo ad alcune sequenze chiave.

La regia di Miniero è pulita, funzionale, ma pecca di una certa indecisione di tono. Il film oscilla tra la commedia sofisticata e gag più grossolane (si veda la sequenza dell’orsetto di peluche, chiaro debito al cinema demenziale americano alla Tutti pazzi per Mary), senza però trovare una sintesi perfetta. La fotografia satura esalta il contrasto tra il bianco delle nevi alpine e il calore cromatico che lo “zio Ciro” porta con sé, ma è nella sceneggiatura che si avvertono le crepe: il finale appare un po’ troppo frettoloso nel cercare la riconciliazione a ogni costo.

Un boss in salotto è un’opera che vive di sprazzi brillanti e di una performance attoriale femminile d’alto livello, ma che manca del coraggio necessario per essere davvero “cattiva”. Un’occasione parzialmente colta che farà sorridere il grande pubblico, pur lasciando nel cinefilo più esigente un retrogusto di “già visto”.

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