It ends with us – Siamo noi a dire basta

Il nostro parere

It ends with us – Siamo noi a dire basta (2024) USA di Justin Baldoni

Lily Bloom, dopo aver affrontato il trauma della morte del padre violento, si trasferisce a Boston per aprire il negozio di fiori dei suoi sogni. Qui incontra Ryle Kincaid, un affascinante neurochirurgo la cui apparente perfezione nasconde un temperamento instabile e prepotente. Mentre la loro relazione scivola pericolosamente verso dinamiche di abuso che ricalcano quelle vissute dalla madre, il ritorno della sua fiamma adolescenziale, Atlas, costringe Lily a confrontarsi con il proprio passato e a trovare la forza di spezzare finalmente il ciclo della violenza generazionale.


Justin Baldoni torna dietro la macchina da presa (e davanti, nel ruolo del controverso Ryle) per adattare il fenomeno editoriale di Colleen Hoover, confezionando un’opera che oscilla costantemente tra il melodramma patinato e la denuncia sociale. Visivamente, il film è un tripudio di estetica autunnale: la fotografia di Barry Peterson avvolge Boston in una luce ambrata che ricorda i videoclip di Taylor Swift (la cui “My Tears Ricochet” funge da straziante bussola emotiva), trasformando il negozio di fiori di Lily in un set che sembra uscito direttamente da una bacheca Pinterest.

Tecnicamente, il film soffre di una certa disomogeneità nel montaggio, curato da Oona Flaherty e Robb Sullivan. I continui flashback sulla giovinezza di Lily, seppur nobilitati dalle interpretazioni di Isabela Ferrer e Alex Neustaedter, faticano a integrarsi fluidamente con la linea temporale presente, rallentando un ritmo che dovrebbe essere incalzante. Inoltre, sebbene la sceneggiatura di Christy Hall sia efficace nell’evidenziare i “red flags” psicologici, tende a rifugiarsi in spiegazioni didascaliche sull’origine del trauma maschile, rischiando di mettere in ombra l’analisi economica e sociale che spinge molte donne a restare.

It Ends with Us non ha la cruda precisione psicologica di altre opere, ma ha il merito di portare un tema brutale al grande pubblico utilizzando il linguaggio del “mainstream glamour”. È un’operazione coraggiosa che, nonostante troppi scivoloni melodrammatici e dialoghi a tratti poco naturali, riesce a trasmettere un messaggio necessario: l’amore non dovrebbe mai richiedere un sacrificio del proprio sé.

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