Tre colori – Film Blu

Il nostro parere

Tre colori – Film Blu (1993) POL di Krzysztof Kieślowski


La vita di Julie (interpretata da una magnetica Juliette Binoche) viene spazzata via in un istante: un tragico incidente le strappa via il marito, un celebre compositore, e la loro bambina. Sopravvissuta per un soffio, Julie si ritrova a dover raccogliere i pezzi di un’esistenza in frantumi, ma decide di farlo a modo suo, in maniera del tutto imprevedibile. Abbandona tutto, vende la casa, si sbarazza di ogni legame con il passato e si trasferisce in un anonimo appartamento parigino, cercando una libertà che sembra voler dire solo dimenticanza. Ma il passato, sotto forma della musica incompiuta del marito e di scoperte sconcertanti, è uno stalker ostinato che non ha alcuna intenzione di mollare la presa.



Preparatevi, perché “Tre Colori: Blu” non è il solito polpettone strappalacrime sulla vedovanza. Dimenticatevi la donna in lutto inconsolabile che si crogiola nel dolore e si butta sul cioccolato. Julie è un enigma, un uragano di emozioni represse che si manifestano in modi tutt’altro che convenzionali. Dopo lo shock iniziale, la nostra eroina decide che è tempo di testare i confini della sua capacità di sentire. E così, senza troppi complimenti, si butta tra le braccia di un collega del marito, quasi a voler verificare se il suo corpo e la sua anima siano ancora capaci di una reazione. Il risultato? Un sonoro “no, grazie”, che la spinge a un gesto ancora più radicale: sparire. Vuole svanire nel nulla, camminare per le strade di Parigi senza passato, senza identità, senza il peso di ricordi che bruciano come acido.

Il regista, il polacco Krzysztof Kieślowski, (mai rimpianto abbastanza per la sua prematura scomparsa) ha una fiducia quasi mistica nel volto umano. E fa bene, perché la Binoche, con la sua espressività quasi aliena, è un libro aperto e al contempo un mistero da decifrare. Non ha bisogno di urlare, di gesticolare, di fare la pantomima del dolore. Le basta uno sguardo, un’ombra sul viso, un impercettibile movimento delle labbra per farti capire un intero universo di pensieri e sentimenti. È come leggere i pensieri delle persone a te più care, quelle che non hanno bisogno di parole per comunicare. E questo, amici miei, rende il film una calamita per l’attenzione.

Kieślowski, un vero artista del simbolismo, intinge ogni fotogramma di blu. Non è un caso: il blu, in questa trilogia dedicata ai principi della Rivoluzione Francese (Libertà, Uguaglianza, Fratellanza), rappresenta la libertà. Ma non una libertà spensierata e da spiaggia, bensì una libertà conquistata a caro prezzo, attraverso il dolore e il distacco. La vediamo ovunque, dal blu della piscina in cui Julie si immerge in cerca di oblio, alle tonalità fredde che pervadono molte inquadrature, quasi a voler creare una distanza emotiva dal suo passato. Eppure, proprio questa distanza è il primo passo verso una vera comprensione di sé. La libertà, per Julie, significa dimenticare il passato, cancellare ogni traccia di felicità perduta per annientare il dolore. Ma come spesso accade nella vita, per superare qualcosa bisogna prima affrontarla.

E poi, quando meno te l’aspetti, arriva il colpo di scena. Julie scopre che il marito aveva un’amante. Ma anziché scatenare una rissa da gatte, questa rivelazione innesca un incontro inaspettato tra le due donne, costrette a confrontarsi con il loro amore per lo stesso uomo. È qui che il film si eleva al di sopra della media, dimostrando una maturità e una profondità che ad Hollywood, diciamocelo, se le sognano. La musica del marito, un’opera incompiuta dedicata all’Europa, diventa quasi un fantasma che perseguita Julie. È un’ossessione che la tormenta, un’eco del passato che si insinua nella sua nuova vita, ricordandole che non si può semplicemente cancellare ciò che è stato. E il fatto che il marito fosse un compositore famoso aggiunge un ulteriore strato di complessità: la sua memoria non appartiene solo a Julie, ma è di dominio pubblico, oggetto di un circo mediatico che la nostra protagonista cerca disperatamente di evitare.

Kieślowski è un maestro nel tessere una trama complessa, dove ogni dettaglio, ogni colore, ogni nota musicale ha un significato profondo. “Tre Colori: Blu” non è solo un film sulla perdita, ma un’esplorazione audace e commovente della ricerca di sé, della libertà e di come il dolore, a volte, sia il prezzo da pagare per una vera rinascita.

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