Sleeping dogs

Il nostro parere

Sleeping dogs (2024) USA di Adam Cooper


Roy Freeman, un ex detective della omicidi, è sprofondato nella nebbia dell’Alzheimer. La sua routine, scandita da appunti adesivi in stile Memento e farmaci sperimentali, viene interrotta quando un condannato a morte, che lui stesso arrestò dieci anni prima, proclama la sua innocenza. Freeman, privo di memoria ma spinto da un residuo istinto investigativo, riapre il caso. Si addentrerà così in un labirinto di specchi (il film è tratto dal romanzo Il libro degli specchi) e manoscritti postumi, cercando una verità che la sua stessa mente ha cancellato.



Non giriamoci intorno: la “Crowe-naissance” che noi cinefili attendiamo con trepidazione dai tempi di The Nice Guys dovrà aspettare ancora. Sleeping Dogs è un film che vorrebbe disperatamente essere un memory-noir colto e stratificato, ma che inciampa in una messa in scena pigra e in una sceneggiatura che tradisce la sua stessa premessa.

Il problema principale risiede nell’uso del “morbo di comodo” (quella che oltreoceano chiamano plot-convenient illness). L’Alzheimer del protagonista, anziché essere un vero ostacolo narrativo o un filtro esistenziale sulla realtà, appare e scompare a seconda delle esigenze del copione. È un espediente frustrante che mina la credibilità dell’indagine. Il regista Adam Cooper, qui al suo debutto, opta per un’estetica da thriller di fascia media: una fotografia piatta, una costruzione dell’inquadratura televisiva e una totale assenza di ambizione visiva.

La struttura narrativa è altrettanto problematica. Il tentativo di utilizzare un manoscritto ritrovato come veicolo per un lungo flashback (una sorta di film-nel-film) risulta farraginoso e spezza quel poco di tensione che Crowe riesce a costruire. Invece di un raffinato gioco di narratori inaffidabili, ci troviamo di fronte a metafore sottolineate con la voce fuori campo (sì, Roy sta letteralmente componendo un puzzle mentre metaforicamente ricompone il puzzle del caso. E sì, ce lo dicono).

Eppure, Russell Crowe è l’unica, solida ragione per non abbandonare la visione. Lontano dal divismo, accetta il suo fisico appesantito e la stanchezza del suo personaggio, trasformandoli in strumenti attoriali. Grugnisce, barcolla, ma ancora domina la scena con un carisma che questo film non merita. È un peccato che il suo talento sia speso al servizio di un B-movie che si prende mortalmente sul serio, ma che raggiunge la sua (prevedibile) e folle conclusione con la goffaggine di un giallo da prima serata. Speriamo solo che Crowe si svegli presto da questo torpore e ricordi il grande attore che è ancora.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *