Poveri noi
Poveri noi (2025) ITA di Fabrizio Maria Cortese
La famiglia Mariani, capitanata dall’arrogante imprenditore Edoardo e dalla moglie Giovanna, precipita improvvisamente dal lusso sfrenato alla miseria più nera a causa di un investimento fallimentare e di una truffa. Sfrattati dalla loro villa e abbandonati dagli amici altolocati, i cinque componenti del nucleo familiare trovano un inaspettato rifugio in Basilicata grazie a Ottavio, un vecchio compagno di liceo con cui Edoardo non parlava da trent’anni per antichi rancori amorosi. Costretti a vivere in un umile sottoscala, i Mariani dovranno spogliarsi dei loro pregiudizi per riscoprire il valore della solidarietà e l’autenticità dei legami umani.
Accostarsi all’ultima fatica di Fabrizio Maria Cortese significa immergersi in un’operazione che sembra guardare più al palinsesto generalista della prima serata televisiva che al linguaggio cinematografico contemporaneo. La collaborazione in fase di scrittura con Federico Moccia imprime al racconto una traiettoria ampiamente prevedibile, dove la parabola della caduta e della successiva redenzione morale viene declinata attraverso una grammatica narrativa priva di vere zone d’ombra. Il desiderio di raccontare una Basilicata accogliente, quasi arcadica nella sua purezza contrapposta al cinismo urbano, si traduce in una messa in scena che predilige la solarità didascalica a una ricerca visiva più stratificata.
Il cast, pur solido sulla carta grazie a nomi come Paolo Ruffini, Ricky Memphis e Ilaria Spada, si ritrova a muoversi entro i binari di una caratterizzazione che sfiora spesso il macchiettistico. La trasformazione di Edoardo da squalo della finanza a uomo riscopertosi umile avviene senza quei passaggi intermedi che una regia più attenta ai dettagli psicologici avrebbe potuto cesellare attraverso l’uso dei primi piani o di una direzione attoriale meno caricaturale. Anche il comparto sonoro e le scelte musicali si allineano a una funzione puramente ancillare, sottolineando i momenti di commozione o di ilarità con una puntualità che non lascia allo spettatore la libertà di decodificare autonomamente l’emozione della scena.
In questo scenario, l’estetica del film finisce per appiattirsi su una medietà rassicurante. La profondità di campo viene raramente sfruttata per raccontare il distacco tra i personaggi e il loro nuovo ambiente, preferendo una centralità del quadro che mette sempre l’attore al servizio del messaggio morale piuttosto che della verosimiglianza drammatica. Nonostante l’intento lodevole di celebrare l’amicizia virile e la solidarietà comunitaria, l’opera fatica a elevarsi oltre la sua natura di prodotto di consumo rapido, dove la forma non riesce a farsi sostanza ma resta un involucro convenzionale per una storia di buoni sentimenti già vista troppe volte.
