Le deluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta
Le deluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta (2024) ITA di Gianluca Jodice
Nel 1792, con il crollo della monarchia assoluta, Luigi XVI e Maria Antonietta vengono privati della corona e rinchiusi nella Torre del Tempio. Lontani dai fasti di Versailles e sorvegliati da carcerieri spesso brutali, i sovrani attendono il processo che segnerà il loro destino. Tra le mura spoglie della fortezza, la famiglia reale vive una lenta spoliazione di dignità e affetti, consumando gli ultimi scampoli di un’esistenza che scivola inesorabilmente verso la ghigliottina.
Il cinema ha abitato Versailles così tante volte da renderne i corridoi quasi familiari, ma Gianluca Jodice sceglie di posizionare la macchina da presa nell’istante esatto in cui la porta si chiude alle spalle della Storia per lasciare spazio alla cronaca di un’attesa. In questo dramma da camera, la narrazione si frammenta in tre atti che scandiscono una decomposizione non solo politica, ma profondamente umana. L’occhio di Daniele Ciprì trasforma la cella in uno spazio ectoplasmatico dove i corpi di Guillaume Canet e Mélanie Laurent sembrano sbiadire insieme al loro potere. La scelta di una fotografia così scarna ed essenziale non è un semplice orpello estetico, ma riflette la sottrazione progressiva di ogni coordinata regale: i volti, scavati e stanchi, diventano l’unico paesaggio possibile in un mondo che ha smesso di riconoscerli.
Canet, appesantito da un trucco prostetico che ne accentua la fisionomia quasi infantile e rassegnata, dialoga con una Laurent che restituisce una Maria Antonietta indomita ma consapevole, capace di abitare il silenzio con una tensione elettrica. La regia si muove con una compostezza solenne, privilegiando quadri simmetrici che citano la pittura neoclassica pur sporcandola con una modernità sonora inquieta. Sebbene il rigore formale della prima parte tenda a sfilacciarsi in un procedere più rapsodico e talvolta verboso, l’operazione di Jodice resta affascinante per come decide di negare lo spettacolo della rivoluzione. Non vediamo le piazze né sentiamo il fragore della Bastiglia; percepiamo solo l’eco di un mondo che muta attraverso lo sguardo di chi è rimasto incastrato nel “lato sbagliato” del tempo. È un film fatto di ombre e di piccoli gesti, come lo studio minuzioso del cerimoniale della propria decapitazione, dove la Storia perde la sua maiuscola per farsi carne destinata al martirio, sospesa in un guado tra ciò che è stato e il diluvio che verrà.
