Piccolo corpo

Il nostro parere

Piccolo corpo (2021) ITA di Laura Samani


Agata, una giovane donna del Friuli dei primi del ‘900, perde la sua piccina appena nata. Non battezzata, è condannata al Limbo, o almeno così vuole la Chiesa. Ma Agata non ci sta, e sfidando tutto e tutti, pure la famiglia e il marito, s’imbatte in un viaggio epico e disperato con la sua creatura in una cassetta, cercando un santuario di montagna dove si dice avvengano miracoli: una resurrezione fugace per un battesimo e una degna sepoltura. Lungo la strada, incontra la misteriosa Lince, un’anima ribelle e solitaria che diventa la sua inaspettata compagna di avventura.


La Samani, con la sua opera prima, ci sbatte in faccia un dramma di rara intensità, una vera boccata d’aria fresca nel panorama cinematografico che, diciamocelo, a volte pare intristito. Qui si vola basso, eh, nel senso che non c’è bisogno di effetti speciali o sfarzi inutili. La regista si gioca tutto sulle emozioni pure e su una fotografia che ti cattura l’anima, grazie al lavoro di Mitja Licen, che ti fa sentire il freddo delle montagne e l’umidità del mare, illuminando il tutto con la sola luce delle lampade a olio, quasi fossimo tornati indietro nel tempo.

Il film è una specie di road-movie d’altri tempi, con un ritmo lento ma inesorabile, che ti trascina verso una meta che sembra sempre più irraggiungibile. La storia è scarna, essenziale, senza fronzoli, un pugno nello stomaco che arriva dritto al punto, senza perdersi in chiacchiere. La scelta di ambientare il tutto nel 1900, in un Friuli remoto e quasi primordiale, amplifica la sensazione di un mondo dove la fede e la superstizione si mescolano in un unico, inestricabile groviglio.

E poi ci sono loro, Agata e Lince, interpretate da due attrici che sono una vera rivelazione. Celeste Cescutti, al suo debutto, ti entra dentro con la sua disperazione silenziosa e la sua determinazione granitica. E che dire di Ondina Quadri? Il suo sguardo magnetico, la sua ambiguità affascinante, la sua capacità di essere allo stesso tempo forte e fragile, uomo e donna, fanno di Lince un personaggio indimenticabile, una sorta di spirito libero che si scontra e si fonde con la religiosità quasi ossessiva di Agata. La loro unione è il cuore pulsante del film, un inno alla solidarietà femminile in un mondo dominato da uomini assenti e dogmi patriarcali.

La Samani non si limita a raccontare una storia di dolore e speranza, ma ci regala anche una riflessione sulla libertà individuale e sulla riscoperta delle radici. Il suo è un cinema che non ha paura di guardare al passato per parlare del presente, che non si vergogna di usare il linguaggio del racconto popolare per toccare temi universali. E non è un caso che si siano scelti il friulano e il veneto come lingue, a sottolineare una forte identità culturale, troppo spesso dimenticata o, peggio, calpestata.

Insomma, “Piccolo Corpo” è una di quelle pellicole che ti rimangono dentro, un viaggio intimo e potente che, nonostante la lentezza iniziale, ti trasporta verso un finale che sa di trascendenza e di poesia. Non fatevi ingannare dalla locandina, che non rende minimamente giustizia a questa piccola perla cinematografica. È un film che va visto, gustato, respirato, e che conferma Laura Samani come una regista da tenere d’occhio. Magari non vi farà fare salti di gioia, ma di sicuro vi farà pensare e sentire.

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