Mountainhead

Il nostro parere

Mountainhead (2025) USA di Jesse Armstrong


Jesse Armstrong, la mente dietro a “Succession”, si getta nuovamente nel fango dorato dei super-ricchi con Mountainhead, un’altra satira spietata. Stavolta il campo di battaglia non è una dinastia mediatica, ma una villa di lusso in mezzo alle Alpi, dove quattro miliardari della tecnologia si riuniscono per giocare a far finta di essere persone “serie”. Peccato che l’unica cosa seria sia la loro inarrestabile idiozia. Tra futili chiacchiere su un futuro post-umano e la bramosia di monetizzare il caos mondiale che loro stessi hanno contribuito a creare, la pellicola svela la tragica e comica incapacità di questi ‘fenomeni’ di affrontare la realtà, anche quando questa bussa alla porta, o meglio, quando l’acqua del rubinetto smette di uscire.


La domanda che ci si pone è: cosa succede se si rinchiudono quattro cialtroni in una prigione dorata e si lascia che il mondo fuori crolli a pezzi? “Mountainhead” risponde a questa domanda con un’acidità che solo Jesse Armstrong sa distillare. Il film mette in scena un summit tra “amici” che in realtà si detestano, e che cercano di farsi del male in ogni modo possibile, misurando persino le loro fortune sul petto con il rossetto. Un gioco da ragazzi ricchi, insomma.

I nostri protagonisti sono un poker di assi nella manica dell’imbecillità: c’è Randall (Steve Carell), il venture capitalist che nega la sua diagnosi di cancro perché il medico è un “semplicione”; Venis (Cory Michael Smith), il titanico e noioso genio dei social che si esalta con battute squallide; Sam (Ramy Youssef), il “buono” del gruppo che si occupa di intelligenza artificiale, e che proprio per questo finirà per diventare il bersaglio preferito degli altri; e infine Hugo “Soups” Van Alk (Jason Schwartzman), l’app-maker che, con la sua misera fortuna da “solo” mezzo miliardo di dollari, è il più povero della combriccola.

La sceneggiatura, tagliente e cinica, mostra come questi individui siano totalmente scollegati dalla realtà. Sognano la “post-umanità” e di caricare la coscienza su un hard disk, ma non sanno mettere mano a un rubinetto che non funziona. Guardano dai loro cellulari il mondo precipitare nel caos – rivolte, crolli economici, golpe di stato – e la loro unica preoccupazione è come poter guadagnare su questa catastrofe. Hugo, ad esempio, fantasticando di prendere il controllo di un paese sudamericano, dimostra che per loro l’intera popolazione mondiale è un giocattolo da usare a proprio piacimento. Il film, a differenza di “Succession”, non si concentra sull’intelligenza calcolatrice e malvagia dei personaggi, ma sulla loro monumentale e spregevole stupidità. La loro conoscenza filosofica si limita a citazioni di Hegel e Kant che fraintendono sistematicamente. Sembra che le loro vite non siano nient’altro che una continua e sterile gara tra chi ha il “membro” più lungo, un gioco che il titolo stesso, che richiama il romanzo “The Fountainhead”, denuncia come il loro unico scopo esistenziale.

A livello visivo, Mountainhead risulta un po’ povero, sembrando quasi più un’opera teatrale filmata che un vero e proprio film. Nonostante l’impressionante paesaggio montano, la regia non sfrutta a dovere le ambientazioni. La narrazione sembra seguire una logica da serie TV, lasciando la sensazione di assistere a un episodio pilota piuttosto che a un’opera completa. Ma l’analisi sociale e la performance degli attori riescono a rendere la pellicola un’esperienza intrigante e una spietata critica a un mondo che si sta smarrendo nella sua stessa arroganza tecnologica. Se vi chiedete dove sono finite le persone “serie”, la risposta è che probabilmente non sono mai esistite.

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