Malamore

Il nostro parere

Malamore (2025) ITA di Francesca Schirru


L’esordio di Francesca Schirru è ambientato nel Brindisino, teatro degli affari illeciti della Sacra Corona Unita. La giovane e orfana Mary è l’amante di Nunzio, boss in carcere, la cui moglie Carmela gestisce i traffici in attesa della scarcerazione e desidera una gravidanza. L’incontro con il mite istruttore di equitazione Giulio offre a Mary la speranza di una fuga da quell’ambiente tossico. Tuttavia, il suo desiderio di autodeterminazione si scontra con le logiche brutali del clan e la gelosia del fido scagnozzo Michele, innescando una spirale di violenza dalle conseguenze inevitabili.


MalAmore è un’opera prima che, fin dalle citazioni sonore (da Bertolucci a Di Leo), dichiara un’ambizione encomiabile: incrociare il neo-poliziottesco all’italiana con le pulsioni viscerali del melodramma. L’intento di Schirru è chiaro: utilizzare la cornice del crime-movie per indagare la tossicità maschilista che avvelena i rapporti e la quotidianità delle donne nella malavita, un filone che il cinema pugliese ha recentemente esplorato con successo.

Tuttavia, l’eccessiva quantità di registri narrativi e il peso di una sceneggiatura sovraccarica di cliché ne smorzano la tensione. Dal punto di vista tecnico, il film arranca: la fotografia digitale appiattisce le suggestioni cromatiche e geografiche del territorio, rendendo la Puglia sorprendentemente anonima, un vero peccato per un crime-movie che dovrebbe esaltare i suoi luoghi.

Gli aspetti formali rivelano una certa incertezza registica nella gestione della messa in scena. Le insistite inquadrature dall’alto, spesso accompagnate da una colonna sonora “pompata a palla” (in particolare il rap) nel tentativo di emulare il nervosismo visivo di certa serialità contemporanea alla Gomorra, risultano ridondanti e didascaliche. Questo eccesso esibizionistico si riflette anche nella recitazione, dove la gestualità marcata e l’espressione troppo palese delle emozioni disperdono l’impatto emotivo delle performance, con l’eccezione di Domenico Fortunato che, nei suoi silenzi, offre l’unico personaggio misurato.

Il film fatica soprattutto nei momenti di azione pura, come dimostrato dalla frettolosa sparatoria contro la banda dei nordafricani. La radicalità espressiva latita e il tentativo di bilanciare la critica sociale (l’omertà delle istituzioni) con lo psicodramma passionale non riesce a trovare un equilibrio stabile, disperdendo la tensione narrativa.

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