L’ultima vendetta

Il nostro parere

L’ultima vendetta (2023) USA di Robert Lorenz


Il film ci catapulta nell’Irlanda tormentata dai Troubles, dove l’esperto sicario Finbar Murphy sogna una pensione tranquilla nel suo paesino, ma il destino ha altri piani. L’arrivo di un gruppo di terroristi dell’IRA, guidati dalla spietata Doireann McCann, sconvolge la quiete, scatenando una spirale di violenza. La trama si dipana tra vendetta e inevitabili scontri, mettendo alla prova il desiderio di redenzione di Finbar in un contesto di brutale realismo.


Robert Lorenz, con un passato da collaboratore di Clint Eastwood in film mica da ridere come Mystic River e Million Dollar Baby, si cimenta con In the Land of Saints and Sinners, un’opera che, pur presentata come action, strizza l’occhio più al dramma esistenziale, quasi un western ambientato nelle verdi e tormentate terre d’Irlanda. Certo, non è che ci si stacchi molto dal solito archetipo dell’uomo con un passato oscuro che cerca pace, salvo poi trovarsi invischiato in un guaio più grande di lui. La lentezza a volte fa capolino, ma il cast tiene su la baracca.

Neeson veste i panni di Finbar Murphy, un assassino dal nome che è tutto un programma, al servizio di un tosto locale, Robert McQue. La sua macabra abitudine di piantare alberi sulle fosse delle sue vittime ha dato vita a una vera e propria foresta, un’eredità silenziosa dei suoi peccati. Ovviamente, come ogni antieroe che si rispetti, Finbar è pronto ad appendere il fucile al chiodo e a passare le sue serate al pub con l’amico Vinnie O’Shea, il poliziotto del posto. Ma si sa, la vita raramente segue i nostri piani pensionistici.

Il film non lesina subito un pugno nello stomaco, aprendosi con un attentato dell’IRA che finisce in tragedia per mano di Doireann McCann, una che non le manda a dire. Costretta a nascondersi proprio nel villaggio di Finbar, la donna e la sua banda incrociano presto i destini degli abitanti. E quando il fratello di Doireann fa qualcosa di veramente orribile, beh, il bersaglio diventa Finbar, dando il via a una catena di eventi che, onestamente, sai già dove andrà a parare.

E qui casca l’asino, o forse la spada. Questa ineluttabilità è un po’ la croce e la delizia di Saints and Sinners. Se da una parte la sceneggiatura di Mark Michael McNally e Terry Loane ha una sua semplicità quasi affascinante, dall’altra si perde un po’ a metà, quando la narrazione arranca. Sappiamo già come andrà a finire, e Lorenz, purtroppo, non è un mago nel tenere alta la tensione visiva di fronte a questa prevedibilità. Ci sono momenti in cui il film si siede, non sapendo bene se deve costruire la suspense o semplicemente tirare a campare.

Però, Lorenz si dimostra un ottimo direttore d’attori, anche se con un cast così, chiunque avrebbe avuto vita facile. Hinds, pur essendo un piacere vederlo, è un po’ sottoutilizzato, ma la Condon è eccezionale nel ruolo della cattiva, quasi una sorta di “Uomo in Nero” dei western. Neeson riesce a trovare delle sfumature, dipingendo un uomo consapevole dei suoi errori ma che in qualche modo ha fatto pace con la sua coscienza.

A proposito di anime in pena, ci sono un paio di idee buttate lì su religione, peccato e redenzione che avrebbero potuto dare più spessore al film nei suoi momenti di stanca. Il setting irlandese gridava vendetta, ma si ha l’impressione che non siano state approfondite come in uno studio sui personaggi più rifinito. Troppo spesso In the Land of Saints and Sinners si accontenta di rimanere in superficie, scavando un po’ più a fondo solo grazie alle scelte azzeccate di un cast in stato di grazia. Per fortuna, il paesaggio dell’Irlanda del Nord è così magnifico da diventare quasi un personaggio a sé stante, nobilitando un film che, nel bene e nel male, sa di già visto.

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