L’illusione perfetta – Now You See Me: Now You Don’t
L’illusione perfetta – Now You See Me: Now You Don’t (2025) USA di Ruben Fleischer
Dopo quasi un decennio di silenzio, i Quattro Cavalieri — J. Daniel Atlas, Merritt McKinney, Jack Wilder e Henley Reeves — tornano in scena per colpire un gruppo di arroganti “Tech-Bros”. Tuttavia, l’esibizione si rivela un trucco orchestrato da una nuova generazione di maghi: il talentuoso Bosco, la scaltra June e il pianificatore Charlie. Sotto l’egida della misteriosa organizzazione “The Eye”, i vecchi leoni e le nuove leve devono unire le forze per incastrare Veronika Vanderberg, una spietata ereditiera di miniere di diamanti. Tra furti impossibili e inseguimenti spettacolari, l’obiettivo è sottrarre un diamante leggendario durante un evento esclusivo ad Anversa, cercando di bilanciare ego smisurati e vendette personali.
C’è un vecchio adagio tra i prestigiatori che recita: “Non eseguire mai lo stesso trucco due volte davanti allo stesso pubblico”. Ruben Fleischer, evidentemente, non ha ricevuto il promemoria. Now You See Me 3 si presenta nelle sale come un’operazione di legacy-sequel che tenta disperatamente di far apparire fresco un mazzo di carte ormai visibilmente segnato dal tempo. Se il primo capitolo aveva il pregio dell’originalità e il secondo quello della sfrontatezza visiva, questo terzo atto somiglia pericolosamente a una serata di gala in cui l’orchestra continua a suonare mentre gli invitati cercano con lo sguardo l’uscita di sicurezza.
Il problema cardine della pellicola risiede nella gestione della sospensione dell’incredulità. La sceneggiatura — firmata da un quartetto che include Seth Grahame-Smith e Rhett Reese — sembra scambiare la magia per onnipotenza divina. Quando i trucchi smettono di essere ingegnosi meccanismi di ingegneria e diventano meri effetti digitali post-prodotti, il senso di meraviglia svanisce. Un film sulla magia che si affida eccessivamente alla CGI è, paradossalmente, l’antitesi della magia stessa: è solo un rendering che danza su uno schermo, privandoci del piacere di chiederci “come avranno fatto?”.
Fleischer mantiene un ritmo sincopato e nervoso, tipico della sua filmografia, ma la fluidità narrativa ne risente. La macchina da presa si muove con un’agitazione che vorrebbe simulare l’adrenalina, ma finisce spesso per confondere l’occhio, specialmente nelle coreografie di combattimento curate da Xiangyang Xu. Sebbene l’uso degli spazi — come la stanza che gioca con le prospettive di Ames — offra qualche guizzo visivo interessante, l’estetica generale appare piatta, rispetto a ciò che un heist-movie di questo calibro richiederebbe.
Il cast è il vero specchietto per le allodole. Jesse Eisenberg ripropone la sua consueta sicumera intellettuale, ormai un po’ monocorde, mentre i nuovi innesti, pur talentuosi (menzione d’onore a Dominic Sessa, che conferma la verve già vista in The Holdovers), sembrano incastrati in ruoli funzionali più che organici. Rosamund Pike, nel ruolo della villain Veronika Vanderberg, è gelida e magnetica come sempre, ma il suo personaggio è scritto con la profondità di un foglio di carta velina: una cattiva “da manuale” che subisce i colpi dei protagonisti senza mai rappresentare una reale minaccia intellettuale.
Now You See Me 3 è un’operazione che “preme i tasti giusti” del franchise ma dimentica di comporre una nuova melodia. È un cinema che non vuole restare nella memoria, ma solo occupare il tempo, svanendo nel nulla un istante dopo i titoli di coda. Per un pubblico di esperti, il trucco è fin troppo svelato: dietro la cortina di fumo non c’è una nuova era della magia, ma solo il riflesso di un brand che si rifiuta di accettare il proprio tramonto.
