Tempo d’estate

Il nostro parere

Tempo d’estate (1955) USA di David Lean


Jane Hudson, una segretaria di mezza età proveniente da Akron, Ohio, corona finalmente il sogno di una vita spendendo i propri risparmi per una vacanza solitaria a Venezia. Armata della sua inseparabile cinepresa, la donna si scontra presto con una vibrante quanto malinconica solitudine, acuita dalla costante presenza di spensierate coppie attorno a lei. L’incontro casuale in Piazza San Marco con Renato de Rossi, un affascinante antiquario locale, si trasforma rapidamente in un’intensa ma tormentata relazione. La scoperta che l’uomo è in realtà sposato costringerà Jane a fare i conti con i propri limiti emotivi e con la dolorosa consapevolezza della natura effimera del loro idillio estivo.
La recensione


Adattando la pièce teatrale The Time of the Cuckoo di Arthur Laurents insieme al romanziere H.E. Bates, David Lean compie un miracolo di traduzione intermediale, destrutturando la staticità del palcoscenico per dare vita a una sinfonia puramente visiva. Il regista britannico si muove qui sul crinale sottile che separa il melodramma intimista dalla maestosità dello sguardo paesaggistico, anticipando quella sensibilità geometrica che renderà immortali i suoi successivi kolossal. Venezia non si riduce mai a un mero fondale da cartolina per turisti d’oltreoceano, bensì assume i connotati della psiche di Jane. La mdp fluttua tra i canali e le architetture barocche, decodificando l’estetica della città come uno specchio bagnato che riflette i desideri repressi e le repulsioni della protagonista.

Lean non si limita a immortalare lo splendore della laguna, ma dialoga costantemente con lo stato emotivo dei personaggi dilatando il ritmo narrativo per permettere allo spettatore di respirare la stessa aria rarefatta e sospesa della protagonista. Notevole, inoltre, come Lean scelga di inserire elementi metatestuali come la cinepresa che Jane stringe a sé: un diaframma meccanico che la donna interpone inizialmente tra sé e il mondo per difendersi dalla realtà, prima di abbandonarsi alla vertigine dell’esperienza sensoriale autonoma.

Il film trova tuttavia la sua definitiva quadratura emotiva nell’interpretazione monumentale di Katharine Hepburn. L’attrice americana si muove con dolorosa grazia in un ruolo tutt’altro che semplice, riuscendo a comunicare l’intera gamma delle proprie fragilità dietro una maschera di rigorosa compostezza puritana e sorrisi di circostanza. Rossano Brazzi le offre una sponda ideale, incarnando il prototipo del seduttore continentale senza mai scivolare nella macchietta melodrammatica. La forza della pellicola risiede proprio nella sottrazione, nella capacità di evocare il sommovimento interiore attraverso sguardi rubati e silenzi complici, come nella splendida e celebre sequenza del fuoco d’artificio, dove la metafora visiva sostituisce con eleganza la carnalità dell’atto amoroso. Ci troviamo di fronte a un’opera di transizione , un tassello imprescindibile per comprendere come la grandezza di un autore sappia manifestarsi tanto nell’immensità del deserto quanto nel perimetro ristretto di un balcone affacciato sul Canal Grande.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *