Hamnet
Hamnet (2025) USA di Chloe Zhao
Inghilterra, fine del sedicesimo secolo. Il giovane istitutore di latino Will incontra e sposa la singolare Agnes, una donna legata ai segreti della natura e considerata da molti una guaritrice. Mentre l’uomo si trasferisce a Londra per inseguire il successo come drammaturgo, la moglie cresce a Stratford i loro tre figli, finché la peste bubbonica non colpisce i gemelli, portando alla prematura e tragica morte il piccolo Hamnet di soli undici anni. Lo strazio insanabile della perdita allontana i coniugi, ma diventerà la materia prima e catartica attraverso cui l’autore darà vita al suo capolavoro teatrale immortale.
C’è un’ambizione quasi sciamanica nel modo in cui la cineasta affronta l’adattamento del celebre romanzo di Maggie O’Farrell, ed è la stessa urgenza visiva che avevamo apprezzato nei suoi primi lavori indipendenti. L’autrice rifugge la ricostruzione museale del biopic d’epoca per rincorrere una dimensione sensoriale, dove il fango, le foglie e il respiro dei protagonisti contano più della precisione filologica. Nelle prime battute la narrazione fatica a trovare il giusto passo, indugiando in un romanticismo pastorale che flirta pericolosamente con l’accademia, eppure è proprio in questa dilatazione temporale che si prepara il terreno per il dramma. Quando la peste si insinua nella casa di Stratford, l’opera muta pelle, abbandona la solarità bucolica e si trasforma in una discesa agli inferi della psiche umana.
Il film trova la sua linfa vitale in un’estetica del contrasto. La luce naturale, catturata dai chiaroscuri pittorici della fotografia di Lukasz Zal, avvolge i corpi dei protagonisti restituendo la consistenza quasi tattile della brughiera inglese. Splendida, a tal proposito, la scelta di isolare la figura di Agnes attraverso inquadrature zenitali che la mostrano rannicchiata ai piedi di alberi secolari, un’immagine speculare che tornerà nel finale e che stabilisce una corrispondenza simmetrica tra il corpo della donna e il palcoscenico. Il paesaggio cessa di essere uno sfondo passivo per farsi correlato oggettivo del lutto: i boschi sembrano emettere un lamento che dialoga costantemente con il sound design materico e inquietante curato da Johnnie Burn.
Se l’opera rischia talvolta di scivolare nel ricatto emotivo, soprattutto per l’insistenza voyeuristica su certe urla laceranti e per l’abuso in colonna sonora di un fin troppo abusato brano di Max Richter che spezza l’incantesimo della finzione, viene salvata dalla densità delle interpretazioni. Jessie Buckley offre una prova ferina, lavorando sulle corde di una vocalità profonda che si spezza in un muto e devastante parossismo di dolore, mentre Paul Mescal dimostra una versatilità geometrica nel restituire la debolezza e il genio latente del Bardo. Il gioco di specchi cinefilo raggiunge il suo apice concettuale nel metateatro finale: l’intuizione di far interpretare il fantasma di Amleto a Noah Jupe, fratello maggiore del piccolo Jacobi che interpreta Hamnet nella prima parte, carica la messa in scena di un valore spettrale e commovente. La trasfigurazione poetica trasforma la pellicola in un saggio sulla finzione come unica via per elaborare il reale, un’operazione che aggira il Kitsch proprio grazie alla forza primordiale del montaggio e dello sguardo.
