No other choice – Non c’è altra scelta

Il nostro parere

No other choice – Non c’è altra scelta (2025) KOR di Park Chan-Wook


Yoo Man-su è uno stimato specialista nell’industria cartaria che vive un’esistenza idilliaca con la moglie Lee Mi-ri e i due figli. La sua stabilità crolla improvvisamente quando viene licenziato a causa di una ristrutturazione aziendale legata all’automazione e ai nuovi mercati tecnologici. Dopo mesi di logorante e infruttuosa disoccupazione, l’uomo realizza che l’unico modo per ottenere l’unico posto di lavoro dirigenziale disponibile è fare terra bruciata intorno a sé. Architetta così un bizzarro annuncio fittizio per raccogliere i curricula dei suoi rivali più qualificati, dando inizio a un piano metodico e grottesco per eliminare fisicamente la concorrenza.


Il ritorno al lungometraggio di Park Chan-wook con questa rilettura del romanzo di Donald Westlake, già tradotto in immagini da Costa-Gavras, si configura come un saggio di crudeltà geometrica che flirta apertamente con la farsa slapstick, pur rimanendo ancorato a una disperata urgenza sociale. Se la filmografia passata del cineasta coreano faceva della violenza un barocco motore del destino, in questa pellicola la brutalità si spoglia di ogni lirismo epico per farsi specchio della contrazione del mercato del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale. L’angoscia della sostituzione e della cancellazione identitaria del borghese viene orchestrata attraverso una struttura drammaturgica tanto rigorosa quanto stridente, capace di saltare dal cinismo tipico dei cartoni animati più feroci al dramma psicologico puro.

Il fulcro stilistico dell’opera risiede nella straordinaria intesa visiva tra la regia e la direzione della fotografia di Kim Woo-hyung. La macchina da presa si muove all’interno degli spazi con una precisione chirurgica che esalta la prossemica dei corpi, trasformando i tentativi d’omicidio del protagonista in balletti d’incompetenza e affanno. Memorabile in tal senso la sequenza centrale del confronto domestico, dove la scansione ritmica del montaggio e un sapiente uso della profondità di campo lavorano in sinergia con un sound design contrastante, che sovrappone le note di una melodia pop ai sussurri disperati dei personaggi. Il quadro cinematografico non si limita a contenere l’azione, ma ne detta i tempi comici e tragici, isolando i volti in composizioni panoramiche che accentuano il senso di solitudine e la progressiva disgregazione morale della maschera interpretata da Lee Byung-hun. La sua recitazione, misurata sulle sfumature di un orgoglio ferito e di una mascolinità fragile, restituisce corpo a una sceneggiatura che in alcuni segmenti didascalici rischia di sacrificare lo spessore emotivo dei personaggi secondari a favore del puro meccanismo a orologeria. Nonostante una leggera flessione nella gestione dei tempi narrativi della parte centrale, la pellicola si impone come un esercizio di stile purissimo e arrabbiato, dove la fluidità dei movimenti di macchina e l’eleganza formale riescono a nobilitare il ritratto di un’umanità ridotta all’amputazione del proprio simile pur di sopravvivere.

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