La cuccagna

Il nostro parere

La cuccagna (1961) ITA di Luciano Salce


L’estate romana, quella vera, non quella zuccherata delle cartoline turistiche, fa da sfondo al tragicomico viaggio di Rossella, una ragazza che, armata di un diploma da dattilografa, cerca il suo posto nel mondo. Ma il mondo, in questo caso, è un girone infernale fatto di uffici e studi che si rivelano delle trappole per ingenue. In un’Italia che si vanta del suo boom economico, Rossella si scontra con una galleria di personaggi maschili che le propongono di tutto, fuorché un lavoro vero, costringendola a fare i conti con un’amara verità: la vita è un’altra cosa, e non è per niente come l’avevano dipinta.


Se pensavate che gli anni Sessanta fossero solo scooterini, sorrisi e l’ottimismo a palate, Luciano Salce vi serve una bella doccia fredda. La cuccagna è un cazzotto in faccia alla retorica del miracolo economico, un film che ti sbatte in faccia che la cuccagna, per la maggior parte della gente, era solo un’illusione.

Il film segue le sventure di Rossella, una ragazzina con gli occhi pieni di speranza che si ritrova a essere la preda di una banda di lupi, mandrilli e affaristi che usano la sua ingenuità per i loro sporchi scopi. La sua odissea non ha niente di epico, è solo un’estenuante processione di umiliazioni e delusioni. Ma a dare un senso a tutto questo c’è la presenza di Luigi Tenco, un fantasma che si aggira sullo schermo, con i pugni nelle tasche e la disillusione negli occhi. Non sembra recitare, sembra solo esserci, con il suo cinismo da persona che ha già capito tutto, e forse anche troppo.

La sua interpretazione, profetica e malinconica, è il cuore del film. Quando Giuliano, il suo personaggio, parla di suicidio, è come se l’ombra del futuro si allungasse sul presente. La cuccagna non ti fa ridere di gusto, ti fa sorridere amaramente, perché sai che tutto quello che vedi sullo schermo è tremendamente vero. E il finale, con i due protagonisti che scappano sulla spiaggia come due soldati in ritirata, è un’immagine che ti rimane stampata in testa. Un film che ti fa capire che dietro la facciata luccicante del progresso si nascondevano un sacco di scheletri nell’armadio, e che certe cose, a quanto pare, non cambieranno mai.

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