Gioco pericoloso

Il nostro parere

Gioco pericoloso (2025) ITA di Lucio Pellegrini


L’ex critico d’arte Carlo, in piena crisi creativa, si ritrova a sprofondare in un vortice di inquietudine quando incontra il giovane e spavaldo artista Peter. L’amicizia che ne nasce si fa subito torbida, soprattutto quando entra in gioco Giada, la moglie di Carlo e ballerina in cerca di un ruolo, che si scopre avere un passato misterioso con Peter. Questo triangolo delle Bermude, tra arte, ambizione e segreti, mette in moto un gioco psicologico che minaccia di far crollare la vita di tutti e tre, sullo sfondo di un luogo dove il mistero si nasconde dietro ogni angolo.


Sembra quasi che il film sia nato da una scommessa: prendiamo un cast che fa discutere, un regista con un curriculum che spazia dal brillante al così così e proviamo a fare un thriller italiano, che pare sia una specie in via d’estinzione dalle nostre parti. Il risultato, diciamocelo, è una specie di esperimento mal riuscito, che parte con un’idea intrigante ma poi si perde per strada in un labirinto di occasioni mancate.

L’intenzione di farci sobbalzare dalla sedia c’è, con tanto di atmosfera suggestiva tra il Circeo e Sabaudia, un po’ alla strega Circe, un po’ alla strega di Blair. Il problema è che, tra una pioggia di metafore artistiche e un fuoco che brucia, l’unica cosa che si volatilizza è la sceneggiatura. I colpi di scena si vedono arrivare da chilometri di distanza, manco fossero in slow motion, e la tensione non si fa mai sentire, forse perché impegnata a fare una passeggiata sulla spiaggia.

I personaggi, poi, sono tutti da manuale del “non mi capisci”. Carlo è il classico scrittore che “vampirizza” le vite altrui per il suo romanzo, ma a noi sembra più che altro un tizio che non ha voglia di lavorare. Peter è l’artista tormentato e manipolatore, che però non riesce a essere inquietante quanto vorrebbe. E Giada, povera Giada, è una specie di valvola di sfogo, l’unica che si spoglia in un film che promette erotismo ma consegna solo uno sbadiglio.

Proprio lei, Elodie, alla sua seconda prova da attrice, sembra sempre un po’ spaesata, come se fosse lì per caso. Fa del suo meglio, ma il personaggio è così piatto che ogni tanto verrebbe voglia di chiederle se vuole un caffè. Chi si salva, e non è un mistero, sono Eduardo Scarpetta che interpreta l’artista con il giusto mix di ambizione e follia, e Adriano Giannini, l’unico a dare un po’ di spessore al suo personaggio, pur con un copione che non lo aiuta per niente.

La regia prova a fare il suo, con qualche sequenza che ci sta, ma poi si inciampa in un montaggio che sembra fatto di corsa, con buchi e salti temporali che non si capisce se siano voluti o se abbiano perso dei pezzi in post-produzione. E il finale? Ah, il finale. Vorrebbe essere un colpo di genio, di quelli che ti lasciano con la bocca aperta, ma invece ti lascia con una faccia da punto interrogativo. Un po’ come se il regista, dopo averci provato in tutti i modi, avesse alzato le mani e avesse detto: “Vabbè, fate voi”.

 

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