Il quadro rubato

Il nostro parere

Il Quadro rubato (2024) FRA di Pascal Bonitzer


André Masson, esperto commissario d’asta presso la casa Scottie’s, riceve una segnalazione da Mulhouse: un giovane operaio sostiene di possedere un capolavoro di Egon Schiele, scomparso nel 1939 dopo la spoliazione nazista ai danni di una famiglia ebrea. Tra perizie tecniche, intrighi legali e la comparsa di un’ambiziosa e manipolatrice stagista, Aurore, il dipinto diventa il catalizzatore di un’ascesa sociale e di un confronto tra classi. Mentre il quadro riemerge dal fango del passato, i protagonisti si ritrovano a gestire un’asta da milioni di euro che cambierà per sempre i loro destini.


Bonitzer confeziona un’opera che è un vero e proprio palinsesto narrativo, dove la ricerca dell’autenticità artistica si sovrappone a quella dell’identità personale. Tecnicamente, il film brilla per la sua fluidità formale: la cinepresa di Pierre Milon si muove con eleganza discreta, seguendo i corpi negli uffici angusti e nei saloni sfarzosi, mentre il montaggio di Monica Coleman cuce con precisione chirurgica un racconto corale che non perde mai il ritmo.

Il punto di forza risiede nella scienza dei dialoghi. Ogni battuta è un foretto che colpisce nel segno, riflettendo quel cinismo velato e quella coscienza di classe che solo chi ha frequentato l’universo di Rivette sa maneggiare con tale grazia. Alex Lutz interpreta un Masson volubile e magnetico, contrapposto alla rivelazione Louise Chevillotte, la cui Aurore incarna una modernità ambigua e spregiudicata, capace di “giocare” con il sistema delle aste come un grande maestro di scacchi.

Tuttavia, il film non è privo di attriti. Se la descrizione del milieu parigino è tagliente e veritiera — si veda la sequenza inaugurale sulla vecchia ereditiere razzista, un tocco di satira sociale che purtroppo rimane poi in secondo piano — Bonitzer sembra faticare maggiormente nel ritrarre la realtà operaia di Mulhouse. Il personaggio di Martin (interpretato dal bravissimo Arcadi Radeff) è toccante, ma la sua cornice sociale sfiora talvolta il cliché, perdendo quella spinta politica che avrebbe potuto elevare il film da eccellente commedia umana a feroce critica di sistema.

Interessante la scelta di gonfiare il prezzo finale dell’asta rispetto alla realtà storica ( milioni contro i effettivi): una licenza poetica che serve il climax drammatico ma che conferma la fascinazione del regista per il potere del denaro. In definitiva, Le Tableau Volé è un film di geometrie, di sguardi e di sottili contrappunti psicologici. Un piacere per gli occhi e per l’intelletto, che ci ricorda come, a volte, l’unica cosa più falsa di un quadro d’autore sia proprio il cuore di chi lo vende.

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