Il federale
Il Federale (1961) ITA di Luciano Salce
Il militare fascista Primo Arcovazzi, un fanatico devoto al regime, riceve l’incarico di riportare a Roma il professor Bonafé, un filosofo antifascista che si è rifugiato in Abruzzo. Inizia così un viaggio su un sidecar scalcagnato che li porta ad attraversare un’Italia allo sbando, lacerata dalla guerra e dalla paura. Tra peripezie di ogni tipo e incontri bizzarri, i due uomini si ritrovano a confrontarsi, scoprendo un’inaspettata umanità che va oltre le loro differenze politiche. Il tutto si conclude con un finale a sorpresa, un pugno nello stomaco per tutti, pubblico e personaggi.
Sembra che a un certo punto, in Italia, la storia non la si sia potuta raccontare se non in chiave comica, forse per sdrammatizzare, forse per cercare di capire meglio, in modo irriverente, eventi che altrimenti risultano incomprensibili. È il caso de Il federale, capolavoro di Luciano Salce che con occhio cinico e disincantato ci mette di fronte a una commedia agrodolce, ricca di gag, ma con un fondo di amarezza che lascia il segno. Il film è l’esempio lampante di un periodo d’oro del nostro cinema, quello della commedia all’italiana, che sapeva far ridere e riflettere allo stesso tempo.
Il motore di tutto è il viaggio di due personaggi opposti, due archetipi della storia italiana, che si scontrano, si perdono e si ritrovano. Da un lato il professore antifascista, intellettuale e razionale, dall’altro un graduato fascista, ignorante e testardo, che crede ciecamente in una dottrina che gli ha insegnato a non capire. In questo road movie che più che viaggiare per la Penisola scava nell’animo umano, si mettono a nudo le debolezze di entrambi, rivelando una sorprendente complessità. Il professore, dal suo antifascismo granitico, non è esente da piccole bassezze umane, mentre il fascista, dietro la sua ottusità, rivela un’inattesa coerenza e una certa ingenuità che lo rendono quasi simpatico.
Il merito di aver dato vita a un personaggio tanto sfaccettato va senza dubbio a Ugo Tognazzi, che con questa pellicola si scrolla di dosso l’etichetta di “comico da rivista” e mostra al mondo il suo enorme talento drammatico. I produttori, spaventati dalla svolta “seria” del film, avevano cercato di convincere l’attore a inserire delle battute comiche nel finale. Tognazzi, che aveva capito di avere per le mani un’occasione unica, non si fece intimidire e la sua interpretazione rimane memorabile, segnando un prima e un dopo nella sua carriera.
Luciano Salce, dal canto suo, orchestra il tutto con grande maestria, alternando momenti di satira feroce a scene più buffe e leggere. Nonostante qualche critico gli abbia rimproverato una comicità a tratti grossolana e una certa mancanza di “amaro in bocca” tipica di mostri sacri come Monicelli o Risi, il regista dimostra una straordinaria abilità nel cogliere le sfumature della società e tradurle in personaggi vivi e credibili. Il film non risparmia nessuno: la retorica fascista, l’opportunismo di chi cambia bandiera all’ultimo minuto, il qualunquismo. Persino la “liberazione” viene ritratta con un’ironia sottile, come nella sequenza in cui i soldati americani, incuriositi dalla divisa nera, si mettono a ridere e a fotografare il federale. Un souvenir, d’altronde, di una specie in via d’estinzione, o quasi. In questo scenario disordinato e confusionario, in cui il pericolo si nasconde dietro ogni curva, trova posto persino un’acerba Stefania Sandrelli.
Il film, con il suo tono scanzonato e irriverente, è perfetto per far capire ai più giovani le complessità di un periodo storico tanto delicato, senza per questo banalizzarlo. L’ingegno degli autori è evidente nella loro capacità di condensare in una singola storia così tanti elementi, dando a ognuno il giusto peso e dimostrando un talento che nel cinema italiano di oggi sembra un po’ essersi perso per strada.
