Fiore mio
Fiore mio (2024) ITA di Paolo Cognetti
Una camminata ad alta quota, sul Monte Rosa, che parla di natura, ghiacciai a rischio, solitudini e relazioni. Incontri con persone di età e provenienza diverse, come Mia, Sete, Remigio, Marta, Arturo e Corinne, accomunate dall’amore per la montagna
Fiore Mio, diretto dallo stesso Paolo Cognetti, rappresenta un tentativo interessante di esplorare il rapporto tra l’uomo e la montagna, intrecciando elementi autobiografici e riflessioni universali. Cognetti si spinge oltre la dimensione narrativa del suo romanzo Le otto montagne, affrontando il Monte Rosa in prima persona, per riflettere su una natura che, pur maestosa, rivela una fragile transitorietà sotto la pressione dei cambiamenti climatici.
Come in Le otto montagne – adattato al cinema dai belgi Van Groeningen e Vandermeersch con grande sensibilità verso i temi della natura e dell’amicizia – anche in Fiore Mio si avverte l’intenzione di catturare il dialogo profondo tra l’uomo e l’ambiente, pur con risultati meno incisivi. La montagna è qui più di uno sfondo: è un luogo in cui la dimensione spirituale incontra quella fisica, dove le regole umane si sospendono a favore di quelle della natura. Tuttavia, mentre Le otto montagne riesce a bilanciare con delicatezza emozione e riflessione, Fiore Mio si affida maggiormente all’impatto visivo, a una fotografia eccellente firmata Ruben Impens, che immerge lo spettatore in scenari mozzafiato, ma rischia di rimanere un’esperienza superficiale per chi non è già affine a questa realtà.
In questo senso, Fiore Mio sembra guardare a un cinema come quello di Franco Piavoli, che in opere come Il pianeta azzurro sa cogliere con straordinaria autenticità il respiro della natura e la sua dimensione quasi atemporale, trovando un equilibrio perfetto tra immagini, suoni e significato. Al confronto, l’approccio di Cognetti risulta meno organico: il regista lascia spesso che siano i paesaggi a raccontare, ponendosi come figura marginale, un puntino che attraversa vallate e pendii fino a scomparire. Tuttavia, il potenziale del silenzio e della contemplazione, elementi essenziali nel cinema di Piavoli, è qui talvolta tradito da una colonna sonora, firmata Vasco Brondi, che sovrasta il racconto con brani fuori contesto, allontanando lo spettatore dall’intima essenza della montagna.
Nonostante queste incongruenze, Fiore Mio resta un tentativo onesto di esplorare la montagna oltre la sua immagine seducente. La pellicola, pur non raggiungendo la capacità di Piavoli di rendere la natura protagonista silenziosa e vibrante, invita a una riflessione sulla precarietà di un mondo che appare eterno ma si rivela vulnerabile. Figure come Sete, l’ex sherpa, emergono come esempi di un legame profondo con le vette, offrendo uno sguardo autentico che arricchisce un’opera visivamente affascinante ma non sempre pienamente coinvolgente.
