Big wedding
Big wedding (2013) USA di Justin Zackham
Un matrimonio in vista, un figlio adottivo con radici colombiane e una famigliola americana un po’ “sui generis”. Per non fare sfigurare i genitori adottivi agli occhi della madre biologica e della zia in arrivo, il futuro sposo escogita un piano diabolico: far credere che i suoi genitori siano ancora felicemente sposati e ferventi cattolici. Apriti cielo! Tra segreti inconfessabili e situazioni imbarazzanti, il giorno delle nozze si trasforma in un vero e proprio manicomio a cielo aperto.
“The Big Wedding” (che in italiano suona un po’ come “Il Grande Casino”) parte da un’idea tutto sommato carina, già vista in un film francese che aveva fatto breccia nel cuore di critica e pubblico. Peccato che questa rilettura a stelle e strisce assomigli più a una puntata extra lunga di una sitcom un po’ stantia. Le risate si contano sulle dita di una mano e i tentativi di inserire qualche sprazzo di dramma appaiono forzati come un sorriso a un funerale. La scusa principale di tutta la baracca, ovvero la coppia divorziata che finge di amarsi ancora, è troppo campata per aria. I personaggi che suscitano un minimo di empatia sono rari come i panda in discoteca e, quando finalmente ne compare uno, gli viene concesso uno spazio sullo schermo degno di un tweet.
L’umorismo del film è quel tanto che basta per non farlo affondare negli abissi dell’inguardabile, ma si ferma mestamente sulla riva della mediocrità deludente. Certo, qua e là spunta qualche battuta che strappa un mezzo sorriso, ma sono lampi isolati in un mare di prevedibilità e banalità. Quando una commedia non si sforza minimamente di creare un legame emotivo tra chi guarda e chi recita, l’unica sua salvezza è un’esplosione continua di gag esilaranti. E qui, diciamocelo chiaramente, non succede. I tentativi di dare un briciolo di profondità ai rapporti tra i personaggi risultano imbarazzati. A peggiorare le cose ci si mette pure un cast di tutto rispetto (De Niro, Keaton, Sarandon, Heigl, Seyfried) che sembra essere lì più per la busta paga che per la passione. Gli unici a metterci un po’ di impegno sembrano Topher Grace e Ben Barnes. Robin Williams fa una specie di cameo surreale (che ricorda vagamente il prete di Rowan Atkinson in “Quattro matrimoni e un funerale”) e l’unico sussulto degno di nota è la nuotata “intégrale” di Ana Ayora.
Tirando le somme, non c’è granché da sgranocchiare in questo film, di sostanza ce n’è meno di un grissino. Nel vasto universo delle pellicole a tema nuziale, si piazza pericolosamente vicino alle ultime posizioni. L’aspetto più stupefacente di “The Big Wedding” è forse l’esercito di star che ha accettato di imbarcarsi in questa avventura diretta da un regista non proprio di primo piano (il suo curriculum vitae cinematografico annovera solo la dimenticata commedia del 2001 “Going Greek”). Ma, diciamocelo papale papale, nessuno di loro si produce in un’interpretazione memorabile: arrivano, recitano la loro parte e incassano il dovuto. Tutto, ma proprio tutto, in “The Big Wedding” sa di già visto, dal titolo alla trama fino al finale zuccheroso. E anche se dura 90 minuti, la sensazione è quella di aver buttato via un’ora e mezza della propria preziosa esistenza.
