Downtown Abbey – Il gran finale

Il nostro parere

Downtown Abbey – Il gran finale (2025) UK di Simon Curtis


In “Downton Abbey: Il Gran Finale” si paracadutano direttamente nel 1930, un’epoca in cui la crisi economica mondiale ha messo a dura prova la nobile tenuta dello Yorkshire e i suoi abitanti. La trama si concentra principalmente sulle sventure di Lady Mary, fresca di divorzio e quindi ostracizzata dall’alta società, e sui guai finanziari di famiglia, causati da un investimento sbagliato del faccendiere Gus Sambrook, portato in affari dal cognato americano di Lady Grantham. Tra un tentativo di risanare le casse e un balletto sociale, i Crawley e la loro servitù cercano di navigare i cambiamenti epocali senza affondare la nave.



Eccoci al sipario finale, o almeno così sembra, di questa saga nobiliare che ha fatto innamorare il mondo. Per chi è arrivato fin qui, a prescindere dal livello di necessità di questo terzo film – che suona un po’ come il canto del cigno allungato –, la visione offre comunque un piacere colpevole di altissimo livello. È come tornare a casa per le feste, sapendo che le dinamiche familiari sono sempre le stesse, ma non per questo meno confortanti.

L’operazione è, a onor del vero, fin troppo meticolosa e “aziendale” nella sua gestione delle sottotrame e dei personaggi. Julian Fellowes, che queste creature le conosce meglio delle sue tasche, orchestra il tutto con una precisione quasi maniacale, distribuendo battute ad effetto e risolvendo questioni cruciali in scambi che durano il tempo di un sorso di tè. Questo approccio, ereditato dal cinema d’altri tempi, permette di condensare tanto in poco, ma lascia anche un retrogusto di occasione mancata, la sensazione che si sarebbe potuto indugiare un po’ di più, visto che il pubblico è già, come si dice, “tutto dentro” la faccenda.

Il vero nervo scoperto del film è il suo ancoraggio al passato. Si percepisce un’aria di stanchezza, quasi i personaggi stessi siano logorati dal tempo che passa. Sono bloccati in un loop di idee superate e accettano con rassegnazione l’arrivo della nuova era. In un contesto che sfiorerebbe temi esplosivi come l’ascesa del fascismo, il declino imperiale o la caduta finanziaria, il film decide di restare nel salotto buono, trattando tutto con il proverbiale understatement dei Crawley, sgranocchiando crisi a colpi di dialoghi forbìti.

L’assenza della grandissima Maggie Smith, anche se omaggiata, si fa sentire come un vuoto cosmico che nessuna guest star pur brillante (tra cui un Noel Coward e un Guy Dexter che rubano la scena con una chimica irresistibile) riesce a colmare. La loro presenza, con quel misto di scanzonata coolness, regala alcuni dei momenti più magici, compreso un numero musicale inaspettato, ma la malinconia è la vera protagonista.

In fondo, questo Gran Finale non vuole essere una chiusura col botto, ma una conferma ostinata della propria identità: un mondo chiuso, rassicurante e volutamente fuori dal tempo, dove ogni cambiamento serve solo a mantenere lo status quo. Accettare Downton significa accettare la sua orgogliosa rigidità e la sua visione conservatrice. Per i fan, è un ultimo, commovente addio a un sogno a occhi aperti, per gli altri, beh, forse si chiedono perché non sia successo qualcosa di davvero inaspettato.

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