Il ragazzo dai pantaloni rosa

Il nostro parere

Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024) ITA di Margherita Ferri


Andrea Spezzacatena ha quindici anni, una voce limpida che risuona nel coro della scuola e una sensibilità che deborda dai margini stretti della periferia romana. È un ragazzo solare, amato da una madre attenta e appassionata, ma la sua luce inizia a vacillare quando l’ingresso nel liceo lo espone alla ferocia dei coetanei. Un banale incidente domestico trasforma i suoi pantaloni rossi in un rosa acceso, diventando il vessillo di una diversità che il branco non può tollerare. Tra i banchi di scuola e le pieghe insidiose dei social network, Andrea subisce un isolamento progressivo che lo porterà, nel novembre del 2012, a compiere un gesto estremo e definitivo, lasciando un vuoto incolmabile e una domanda sospesa sul senso della crudeltà infantile.


Margherita Ferri, già apprezzata per la delicatezza con cui ha esplorato i corpi e le identità in transito, accosta la tragedia di Andrea Spezzacatena con un rispetto quasi timoroso, decidendo di filtrare il racconto attraverso una lente cromatica che vira costantemente verso il pastello. La scelta di affidare la narrazione alla voce fuori campo del protagonista, che ci parla da un altrove metafisico, conferisce alla pellicola un tono di favola malinconica che però fatica a scendere negli inferi del disagio psicologico. La costruzione estetica predilige un’illuminazione calda, avvolgente, che sembra voler proteggere il giovane Samuele Carrino — autore di una prova d’attore di sottigliezza emotiva — dalla durezza del mondo circostante. Eppure, proprio questa pulizia visiva, questo nitore che pervade ogni inquadratura, finisce per edulcorare la materia narrativa, trasformando il dolore in una forma di malessere fin troppo levigata per graffiare davvero l’anima dello spettatore.

Il film procede con una linearità narrativa rigorosa, dove i rapporti di causa ed effetto si incastrano con una precisione geometrica che lascia poco spazio all’ambiguità del non detto. La macchina da presa si muove con eleganza, indugiando sui primi piani intensi di Claudia Pandolfi, capace di restituire una maternità vibrante ma forse troppo chiusa in una bolla di perfezione affettiva. Sebbene la regia riesca a orchestrare sequenze di indubbio impatto, come quella del ballo scolastico dove il rallentatore e l’uso espressivo del vuoto sonoro enfatizzano il senso di vertigine e umiliazione, si avverte la mancanza di quell’inquietudine sotterranea che avrebbe dato spessore alla transizione dal gioco all’abisso. L’antagonismo rappresentato dal personaggio di Christian è tratteggiato con pennellate sicure ma forse troppo schematiche, rendendo la dinamica vittima-carnefice fin da subito evidente e priva di quelle sfumature psicologiche che avrebbero reso il conflitto più viscerale.

L’opera di Ferri si configura dunque come un raffinato oggetto di divulgazione emotiva, un prodotto che utilizza i codici del teen drama di qualità per veicolare un messaggio etico imprescindibile. La fotografia di Martina Cocco accompagna questa discesa nel silenzio con una coerenza formale ammirevole, rifuggendo il macabro per abbracciare una malinconia composta. Tuttavia, per un pubblico abituato a scavare nelle pieghe del linguaggio cinematografico, resta il desiderio di una visione meno conciliante, capace di affrontare il magma delle pulsioni adolescenziali senza la mediazione di una scrittura che tende a spiegare laddove dovrebbe solo mostrare. È un film che parla alla pancia e al cuore con sincerità cristallina, riuscendo nell’intento di commuovere profondamente, pur restando sulla soglia di quel mistero oscuro e irrazionale che è il dolore dell’anima quando non trova più parole per dirsi.

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