Scuola di seduzione

Il nostro parere

Scuola di seduzione (2026) ITA di Carlo Verdone


Sei esistenze sospese tra solitudine e nevrosi si incrociano nel microcosmo di una scuola di seduzione guidata dalla enigmatica love coach Ortensia. Tra loro ci sono un percussionista in pensione dedito a qualche vizio notturno, un professore soffocato dalla madre, un’infermiera in crisi coniugale, una libraria convinta di portare sfortuna, una content creator aggressiva e un giovane rampollo bloccato da un segreto imbarazzante. Ognuno cerca in Ortensia la chiave per decodificare il caos dei propri sentimenti e trovare finalmente un posto nel mondo.


Uscito direttamente sulla piattaforma Paramount, Scuola di seduzione si presenta come un delicato acquerello corale che sembra quasi voler dialogare con il fantasma di Ettore Scola. Il fermo-immagine iniziale, che congela i protagonisti nel loro spazio teatrale, è una dichiarazione d’intenti che riporta immediatamente la memoria a C’eravamo tanto amati, suggerendo che ogni personaggio, per quanto smarrito, troverà la sua necessaria ribalta. Nonostante il film non brilli per un’originalità dirompente, possiede quel respiro ampio e collettivo che ancora oggi distingue la mano di Verdone dalla frammentazione spesso asettica della commedia italiana contemporanea. La costruzione dell’immagine asseconda questa coralità, indugiando su volti e posture con una cura che trasforma la debolezza dei singoli in una forza narrativa d’insieme.

Il film scivola via con una gentilezza che talvolta sfocia in una narrazione fin troppo didascalica, come quando si affida a spiegazioni superflue per illustrare legami che la macchina da presa avrebbe potuto svelare con più pazienza, magari lasciando che il mistero dei rapporti emergesse da solo nel tempo del racconto. Eppure, in questa sceneggiatura scritta insieme a Pasquale Plastino, si avverte il piacere di veder nascere e fiorire ogni singola figura sotto lo sguardo dello spettatore. La scelta di Karla Sofía Gascón nel ruolo di Ortensia infonde al racconto una strana e affascinante alterità; la sua recitazione, forse meno spontanea di quella dei comprimari, accentua l’idea che la love coach possa essere quasi una proiezione onirica, una visione collettiva dei suoi allievi piuttosto che una figura terrena.

Ci sono momenti in cui il ritmo sembra incagliarsi in una certa prevedibilità, eppure Verdone riesce a riscattarsi attraverso intuizioni visive e dinamiche slapstick che ricordano la sua produzione più scatenata, come nella sequenza della cena al buio o nel faccia a faccia con la vicina di casa. In questi frangenti, la gestione dello spazio e dei tempi comici rivela una padronanza del mezzo che non ha bisogno di artifici. È un’opera dignitosa, che non urla ma sussurra, e che trova il suo senso profondo in quel desiderio di condivisione che trasforma la fragilità in una forma, per quanto precaria, di bellezza cinematografica.

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