La riunione di condominio

Il nostro parere

La riunione di condominio (2025) SPA di Santiago Requejo


In un palazzo nel cuore di Madrid, un gruppo di condomini si riunisce per deliberare sulla sostituzione dell’ascensore. L’accordo sembra raggiunto, finché uno dei proprietari annuncia di voler affittare il proprio appartamento a un collega con un passato di disturbi psichici. La notizia agisce come un reagente chimico, scatenando un’improvvisa spirale di pregiudizi e ipocrisie che trasforma la riunione in un grottesco tribunale dell’inquisizione moderna.


Santiago Requejo compie un’operazione non priva di rischi, decidendo di espandere il respiro del suo fortunato cortometraggio omonimo per approdare a un lungometraggio che fa della claustrofobia il proprio centro gravitazionale. La pellicola si muove con precisione all’interno delle unità aristoteliche, trasformando un unico salotto in un microcosmo dove il linguaggio cinematografico deve necessariamente farsi carico di una staticità spaziale che potrebbe apparire teatrale. La macchina da presa si insinua tra i corpi degli attori con una mobilità inquieta. I piani medi e i primi piani non sono mai casuali; le inquadrature sembrano stringersi attorno ai personaggi man mano che la tensione morale sale, quasi a voler soffocare i protagonisti nelle loro stesse contraddizioni.

Il ritmo della narrazione è sostenuto da un montaggio che lavora di sottrazione, valorizzando i silenzi e le occhiate trasversali che valgono più di mille linee di dialogo. È un’estetica della tensione che evita saggiamente il commento musicale invasivo, preferendo affidarsi al sound design naturale della stanza – lo scricchiolio delle sedie, il fruscio dei documenti, il respiro affannato – per restituire una sensazione di realismo quasi documentaristico.

La recitazione corale è il vero motore del film, con Clara Lago che guida un ensemble privo di sbavature. La forza della messa in scena risiede nel modo in cui ogni attore modula la propria presenza spaziale, creando una coreografia di nervosismo. Requejo riesce a mantenere un equilibrio funambolico tra la commedia cinica e il dramma sociale, sebbene quest’ultimo mostri talvolta il fianco a una scrittura meno agile rispetto ai momenti di satira pura. Tuttavia, l’intelligenza della regia sta nel non cercare mai la spettacolarizzazione del disturbo mentale, preferendo invece filmare il vuoto pneumatico dell’empatia di chi si professa normale. Il risultato è un’opera che brilla per coerenza visiva e coraggio tematico, capace di trasformare un banale cambio di ascensore in una discesa verticale negli abissi della coscienza collettiva.

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