L’orto americano

Il nostro parere

L’orto americano (2024) ITA di Pupi Avati


Nel secondo dopoguerra, un giovane scrittore italiano, folgorato da una misteriosa infermiera americana, decide di trasferirsi nel Midwest per dedicarsi al suo romanzo. Si ritrova però a vivere accanto all’anziana madre della donna, scoprendo che la figlia è scomparsa. La sua ricerca lo riporterà in Italia, dove un macabro processo per omicidio sembra collegarsi al mistero della donna.


Pupi Avati ci regala una strampalata passeggiata nel suo “giardino” cinematografico, un luogo dove i fiori più velenosi sbocciano in citazioni e omaggi che farebbero invidia a un critico navigato. Dal classico Psycho al dimenticato Dementia 13, qui ogni inquadratura è un sussurro al cinema che fu, un banchetto per gli occhi e per la mente. Il nostro protagonista, un aspirante scrittore di nome Lui (mica a caso, eh? Ricorda tanto le novelle da brivido di Maupassant), si addentra in un mondo dove la realtà si mescola alla follia, e il suo stesso racconto diventa una nebbia fitta e ingannevole.

Quando sente urla provenire dalla casa accanto, una dimora che sembra uscita da un quadro di Grant Wood, si ritrova invischiato nelle vicende di un’anziana signora (una strepitosa Rita Tushingham) tormentata dalla scomparsa della figlia. Barbara, questa musa evanescente e seducente, esiste solo in fotografia e nella mente del nostro eroe, una femme fatale dal destino incerto quanto il suo carattere. E come se non bastasse, in Italia un serial killer con una passione per gli smembramenti sta seminando il panico, e il nostro Lui, ovviamente, deve andarci a ficcare il naso.

Ma attenzione, perché l’ultima parte del film sembra inciampare. Quel che era iniziato come un viaggio intrigante nella psiche di un uomo e nei meandri del gothic horror si sfilaccia un po’, lasciando dietro di sé una scia di confusione. La follia del protagonista non trova quel riscontro cinematografico che la renderebbe davvero inquietante o affascinante. Si ha l’impressione che il regista abbia perso un po’ la bussola, e di conseguenza, il ritmo narrativo subisce un brusco calo. La tensione che ci aveva accompagnato fino a quel momento si dissolve, lasciando un retrogusto amaro e la sensazione che qualcosa sia rimasto in sospeso, irrisolto, quasi incompiuto. 

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