La famiglia McMullen

Il nostro parere

La famiglia McMullen (2025) USA di Edward Burns


Trent’anni dopo l’esordio che folgorò il Sundance, Edward Burns riunisce il clan irlandese per un Ringraziamento che sa di bilanci e nuove partenze. Barry, ormai cinquantenne, accoglie in casa i figli ventenni in crisi e il fratello Patrick, mentre la vedova di Jack, Molly, cerca di ricostruire una propria dimensione affettiva tra vecchi fantasmi e nuove fiamme.


La sensazione, varcando nuovamente la soglia di casa McMullen, è quella di un abbraccio familiare tanto confortevole quanto, a tratti, prevedibile. Burns sceglie la strada della continuità emotiva, recuperando quel gusto tutto woodyalleniano per la verbosità e il confronto serrato, ma trasportandolo in una dimensione più matura e, per certi versi, malinconica. La macchina da presa si muove con una fluidità che tradisce una sicurezza tecnica acquisita nel tempo, abbandonando le asprezze low-budget del 1995 per abbracciare una fotografia dai toni caldi e autunnali, quasi a voler sottolineare la morbidezza del tempo che passa. Le inquadrature ampie e gli ambienti spaziosi riflettono lo status raggiunto dai protagonisti, ma rischiano talvolta di smarrire quell’urgenza autentica e un po’ grezza che rendeva il primo capitolo un piccolo miracolo di aderenza alla realtà.

Il ritmo della narrazione è scandito dalle note nervose e tipicamente irlandesi di Seamus Egan, che fungono da collante sonoro tra le diverse linee temporali e generazionali. Se da un lato il montaggio asseconda con brio i dialoghi serrati, dall’altro la sceneggiatura sembra a tratti adagiarsi su soluzioni fin troppo accomodanti. È interessante osservare come Burns integri le dinamiche dei figli, Patty e Tommy, cercando di aggiornare il discorso sull’infedeltà e il senso di colpa cattolico ai tempi delle relazioni aperte e della precarietà emotiva dei millennial. Eppure, la forza del film risiede ancora nel carisma dei veterani. Michael McGlone infonde al suo Patrick una gravità sommessa, citando le Scritture con una stanchezza che parla di vita vissuta, mentre la chimica tra Burns e una radiosa Tracee Ellis Ross regala i momenti più vibranti della pellicola, dove il sottotesto ironico eleva il materiale oltre la semplice commedia romantica festiva.

Nonostante una certa tendenza a compiacersi di interni patinati che sembrano usciti da una rivista di design, l’opera mantiene una sua onestà di fondo. La regia si fa invisibile per lasciare spazio alla performance corale, dimostrando come Burns abbia affinato la capacità di dirigere gli attori verso una naturalezza invidiabile. Non c’è la pretesa di rivoluzionare il linguaggio cinematografico, quanto piuttosto il desiderio di esplorare come il DNA dei McMullen si sia evoluto o cristallizzato. Si percepisce una scrittura più oliata rispetto agli esordi, meno legnosa, capace di gestire una struttura corale complessa senza perdere il filo dei singoli archi narrativi. È un cinema che non cerca lo scontro ma la riconciliazione, dove anche la disposizione degli attori nello spazio scenico suggerisce una circolarità che lega indissolubilmente passato e presente in un unico, lungo banchetto familiare.

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