La grazia

Il nostro parere

La grazia (2025) ITA di Paolo Sorrentino


La trama si dipana lungo i corridoi solenni del Quirinale, durante il semestre bianco di Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica giunto alla fine del suo mandato. Quest’uomo, soprannominato Cemento Armato per la sua inflessibilità di giurista e per una rettitudine che confina con l’immobilismo, si ritrova a dover gestire il peso di decisioni definitive mentre il suo mondo interiore è scosso da un’ossessione privata che dura da quarant’anni. Da un lato ci sono le urgenze del presente: una controversa legge sull’eutanasia che attende la sua firma e due richieste di grazia per omicidi passionali che interrogano profondamente la sua coscienza di cattolico e di uomo di legge. Dall’altro c’è il fantasma della moglie Aurora, la cui morte non ha sopito il sospetto di un tradimento lontano, un dubbio che De Santis coltiva con la stessa metodica precisione con cui analizza i codici penali.

Nelle stanze ovattate del potere, dove il protocollo si fa liturgia e il silenzio è interrotto solo dal fruscio dei documenti di Stato, Paolo Sorrentino decide di poggiare la sua macchina da presa per raccontare non tanto la politica, quanto la sua assenza, o meglio il suo crepuscolo. Con La Grazia, il regista napoletano compie un movimento centripeto, abbandonando le divagazioni sensoriali e talvolta disperse del precedente Parthenope per tornare a scavare nel volto e nel corpo del suo interprete d’elezione, un Toni Servillo che qui raggiunge una vetta di sottrazione espressiva quasi ascetica.

 

Il film si configura come una lunga riflessione sulla natura del tempo e sulla possibilità del perdono, inteso non solo come atto giuridico, ma come liberazione spirituale. Sorrentino costruisce un racconto dove la dimensione pubblica e quella privata si sovrappongono fino a confondersi, suggerendo che il vero potere non risieda nella capacità di decidere per gli altri, ma nella forza di riconciliarsi con se stessi. La Grazia del titolo non è solo quella che il Presidente può concedere ai detenuti, ma è quella condizione di leggerezza che Mariano insegue disperatamente, simboleggiata in una delle sequenze più folgoranti del film da un astronauta in assenza di gravità la cui lacrima fluttua verso l’obiettivo. È un’immagine di una bellezza lancinante che racchiude il senso profondo dell’opera: l’aspirazione umana a staccarsi dal peso della terra, del dovere e del passato.

La narrazione procede per ellissi e momenti di stasi meditativa, dove la fissità del protagonista diventa lo specchio di un’Italia che osserva il suo garante con reverenza, ignorando il tormento che si nasconde dietro quella maschera di austerità. De Santis è un uomo che ascolta rap in cuffia per evadere dalla ritualità soffocante della sua carica, un dettaglio che Sorrentino usa con la consueta ironia per umanizzare il monumento, per mostrare la crepa nel cemento. Il rapporto con la figlia Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti con una dolente fermezza, diventa il perno etico del racconto; è lei a pungolare il padre, a chiedergli di essere un uomo del suo tempo e non solo il custode di una tradizione immobile. Attraverso i loro dialoghi, il film affronta il tema dell’eutanasia senza mai scadere nel didascalismo, ma trasformandolo in una questione di amore e di rispetto per la dignità dell’altro.

Rispetto ai lavori più barocchi del passato, qui Sorrentino sembra voler fare pace con la realtà, pur mantenendo quel gusto per l’inquadratura pittorica e la composizione scenica che lo ha reso celebre. Gli interni del Palazzo sono filmati con una solennità che ricorda i grandi maestri del cinema europeo, ma sono costantemente attraversati da un’ironia sottile, quasi malinconica. La figura del Presidente si muove in questi spazi come un fantasma in un museo, consapevole che la sua ora sta per scoccare e che il bilancio di una vita non si misura nei successi politici, ma nella capacità di aver amato davvero. Il dubbio sul tradimento della moglie non è un espediente per creare tensione, ma la manifestazione di un’insicurezza ontologica: se non possiamo essere certi del cuore di chi ci è stato accanto per una vita intera, come possiamo pretendere di giudicare le colpe degli sconosciuti?

L’incontro tra il rigore della legge e la fragilità del sentimento trova nel finale una sintesi di rara potenza emotiva. La Grazia non è un film sulla politica italiana, sebbene i riferimenti a figure reali siano evidenti e trattati con un rispetto quasi affettuoso, ma è un film sull’etica del dubbio. In un’epoca che esige risposte veloci e schieramenti netti, Sorrentino celebra la lentezza della riflessione, il valore della ponderazione e, infine, il coraggio di chi sa cedere il passo. È un’opera che parla di congedi, di silenzi necessari e di quella luce pastello che colora i ricordi quando la tempesta delle passioni si è finalmente placata, lasciando spazio a una comprensione del mondo più umana e, forse, finalmente libera dal peso della gravità.

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