I puffi: il Film

Il nostro parere

I Puffi: il film (2025) USA di Chris Miller


In questa nuova avventura, il villaggio dei Puffi affronta una crisi d’identità senza precedenti: mentre il saggio Grande Puffo nasconde un libro magico per impedire ai maghi malvagi di dominare il mondo, un nuovo arrivato chiamato “No Name” cerca disperatamente la propria definizione ontologica. La minaccia si fa concreta quando Razemel, il perfido fratello di Gargamella, rapisce Grande Puffo per ottenere il potere assoluto. Spetterà a un’improbabile squadra composta da Puffetta, No Name e i nerboruti fratelli di Grande Puffo, Ken e Ron, intraprendere un viaggio dimensionale per salvare la comunità e il loro destino.


Il reboot firmato da Chris Miller e sceneggiato da Pam Brady si presenta come un esercizio di equilibrismo tra il rispetto filologico per l’opera di Peyo e la decostruzione post-moderna del mito. Se il cinema di animazione recente ci ha abituati a una saturazione cromatica talvolta stucchevole, questo capitolo propende per una direzione artistica che non teme la sperimentazione visiva.

Il cuore tecnico del film risiede nell’ultimo atto, dove la narrazione esplode in un multiverso stilistico: il passaggio fluido dalla CGI tradizionale alla claymation, fino a inserti in 8-bit e tratti a pastello, non è un semplice vezzo estetico, ma una traduzione visiva dello smarrimento identitario dei protagonisti con l’omaggio a Busby Berkeley nella sequenza d’apertura, dove le geometrie coreografiche trasformano il villaggio in un set della Hollywood degli anni ’30, mediato dalla sensibilità pop di Tyla.

Sotto il profilo del voice acting originale, la performance di John Goodman (Grande Puffo) conferisce una gravitas quasi shakespeariana al leader della comunità, mentre Nick Offerman (Ken) e Kurt Russell (Ron) giocano con i tropi del cinema action anni ’80. Tuttavia, è il sottotesto politico-sociale a colpire: la transizione da una struttura sociale basata sul “nome-funzione” (Puffo Vanitoso, Puffo Quattrocchi) a nomi propri come Ken e Ron segna il passaggio dall’archetipo all’individuo. Nonostante una certa deriva verso il mainstream dei supereroi nel finale — che rischia di scalfire l’anarchia antiautoritaria delle origini — il film resta piacevole. È un’opera che parla di gentilezza come forza, evitando con cura il cinismo gratuito.

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