Holland

Il nostro parere

Holland (2025) USA di Mimi Cave


Nancy Vandergroot è l’epitome della perfezione suburbana in una Holland, Michigan, cristallizzata nell’anno 2000. Sospettando che i frequenti viaggi d’affari del marito Fred nascondano un’infedeltà, Nancy inizia un’indagine maldestra con l’aiuto di Dave, un affascinante collega. Tuttavia, ciò che scopre dietro la facciata puritana della sua comunità non è una banale scappatella, ma un segreto oscuro e viscerale che trasforma la sua ricerca della verità in una spirale di pericolo e doppie identità, dove nulla è ciò che appare tra i mulini a vento e i festival dei tulipani.


C’è qualcosa di intrinsecamente affascinante nel vedere Nicole Kidman muoversi in spazi angusti e opprimenti, una dinamica che l’attrice australiana padroneggia dai tempi di The Others. In Holland, la Kidman tenta di infondere vita a una Nancy Vandergroot che è un “gioco di maschere” vivente, una donna che danza tra il desiderio di rispettabilità e un’improvvisa sete di trasgressione. Tuttavia, nonostante l’impegno, la sensazione è quella di una performance di altissimo livello intrappolata in un contenitore che non sa decidere cosa essere.

Il film ha i suoi momenti di gloria. La fotografia di Pawel Pogorzelski (già braccio destro di Ari Aster) è chirurgica: la macchina da presa sorvola il plastico ferroviario di Fred con una fluidità che trasforma il modellismo in una metafora urbanistica quasi inquietante. È un cinema fatto di superfici riflettenti e interni pastello che richiamano il voyeurismo di Hitchcock, ma senza quella tensione sottopelle che rende il genere memorabile. La regia di Mimi Cave sembra voler decostruire il sogno americano, ma inciampa in una sceneggiatura di Andrew Sodroski rimasta forse troppo a lungo “in cantina”, risultando a tratti anacronistica e priva di quel black humor graffiante che avrebbe reso il tutto una degna satira sociale.

Se la Kidman brilla per inerzia e talento cristallino, il resto del cast sembra muoversi col freno a mano tirato. Matthew Macfadyen è un marito fin troppo monocromatico, e il povero Gael García Bernal viene relegato a una funzione narrativa quasi puramente reattiva. Il film flirta con l’idea dell’artificio — il festival olandese, i costumi d’epoca, le facciate delle case — ma non ha il coraggio di affondare il colpo.

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