Companion

Il nostro parere

Companion (2025) USA di Drew Hancock


Iris, un bot umanoide programmato per essere la fidanzata perfetta, viene portata dal suo acquirente/partner Josh in un cottage isolato per conoscere gli amici di lui: un gruppetto assortito e non proprio adorabile. La gita, però, prende una piega decisamente spiacevole quando l’idillio tecnologico di Iris si guasta, culminando in un’esplosione di violenza inattesa. Quando il suo chip inizia a frizzare, la sua crescente intelligenza artificiale si trasforma rapidamente in un grosso, grosso problema per gli ignari ospiti del weekend.



Eravamo in piena era di “cronicamente online” e solitudine cosmica, con le relazioni ridotte a merce di scambio e l’amore delegato agli algoritmi. In questo scenario deprimente e post-capitalista, ecco che fa capolino Companion, l’opera prima di Drew Hancock che mescola satira, commedia nera e horror senza farsi mancare nulla. L’ispirazione iniziale è un chiaro inchino a La Donna Perfetta, ma qui si proietta il tutto nel ventunesimo secolo, dove i bot non sono solo per fare compagnia ma anche per sfogare le peggiori pulsioni senza sensi di colpa. In sostanza, un giocattolo per una generazione che pensa le sia tutto dovuto, che non deve cambiare una virgola di sé.

La prima parte è una zuccherosa e un po’ inquietante rappresentazione dell’armonia, con Josh che presenta Iris ai suoi amici: la fredda Kat, l’esuberante Eli, il suo dolce compagno Patrick e l’enigmatico Sergey. Un cast di stereotipi perfetti per essere fatti a pezzi, metaforicamente e non. La vera sorpresa, però, è la performance di Sophie Thatcher nei panni di Iris. Non è la solita scream queen usa e getta; la Thatcher regala al robot una gamma emotiva notevole. Certo, è ironico che sia proprio la macchina a tirare fuori la recitazione più sfaccettata, ma è così. Con i suoi occhi incredibilmente espressivi, riesce a trasmettere sia la freddezza meccanica che la crescente empatia del suo bot che si risveglia.

Il film è divertente, merito anche delle performance isteriche di Jack Quaid e della vitalità di Harvey Guillén. Le battute al vetriolo sui “bravi ragazzi che arrivano ultimi” non stancano mai e sanno piazzarsi bene tra momenti di vera tensione. La messa in scena è accattivante, con colori brillanti che si spengono solo quando la vera natura di Josh (e il destino di Iris) viene a galla.

Tuttavia, bisogna dirlo, Companion non sfrutta appieno il suo potenziale esplosivo. L’idea di base promette un ribaltamento amaro e catartico dei ruoli vittima-carnefice, una festa splatter e intelligente sulla ribellione del sottomesso. Invece di lanciarsi a capofitto nel massacro promesso, Hancock frena troppo spesso. Si accontenta di qualche succoso momento splatter interrotto da morti più convenzionali. A volte la trama è un po’ pigra, abusando delle illimitate possibilità della tecnologia come una stampella per la logica. Invece di approfondire seriamente le conseguenze della misoginia meccanizzata e la cultura del non-consenso che la tecnologia alimenta, preferisce suggerire i temi, raccontando più che mostrando.

Quando Iris potrebbe diventare una vera “super-donna” (soprattutto quando ha in mano lo smartphone del suo padrone e può alzarsi l’intelligenza da 40 a 100%), il film inspiegabilmente la declassa a semplice “ragazza in pericolo”. Una scelta bizzarra per un robot che dovrebbe essere tutto fuorché ordinario. Nonostante qualche momento di violenza esplicita e test di obbedienza che fanno storcere la bocca, l’atteso e liberatorio divertimento splatter non arriva. Il film si trasforma in un thriller psicologico standard, talvolta persino confuso, dove l’essere artificiale di Iris perde rilevanza.

 

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