Gravity
Gravity (2013) USA di Alfonso Cuaron
Durante una passeggiata spaziale di routine per la manutenzione del telescopio Hubble, la brillante ingegnere biomedico Ryan Stone, alla sua prima missione, e l’astronauta veterano Matt Kowalski vengono investiti da una pioggia di detriti ad alta velocità. La loro navetta è distrutta, ogni comunicazione con la Terra interrotta. Completamente soli e alla deriva nel silenzio assordante del cosmo, i due dovranno lottare contro ogni probabilità per trovare un modo di tornare a casa, mentre l’ossigeno si consuma e la speranza vacilla.
Inutile girarci intorno: Gravity di Alfonso Cuarón è una di quelle opere che ridefiniscono le possibilità tecniche del mezzo cinematografico, un’esperienza che trascende la narrazione per farsi puro evento sensoriale. L’ormai leggendario piano sequenza d’apertura, della durata di quasi 13 minuti, è una dichiarazione d’intenti potentissima. La “camera” (o forse dovremmo dire il “punto di vista”, data la natura virtuale di gran parte delle riprese in CGI) fluttua, danza, si avvolge attorno ai personaggi e alle stazioni spaziali in un balletto cosmico di una complessità e un’eleganza mozzafiato, trasformando lo spettatore in un partner di ballo impotente e meravigliato.
Insieme al suo fido direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, Cuarón sfrutta lo spazio e il 3D non come un espediente, ma come un fondamentale strumento di mise en scène. L’assenza di un “sopra” e un “sotto” stravolge le nostre certezze terrestri, disorienta, immerge. La Terra non è più uno sfondo, ma un personaggio immenso e silenzioso, ora un pavimento azzurro sotto i piedi, ora un soffitto vertiginoso sopra la testa. L’audacia visiva è assoluta, come quando la camera attraversa magicamente la visiera del casco di Sandra Bullock, fondendo la prospettiva oggettiva con quella soggettiva in un flusso continuo e angosciante. La tensione è quasi insostenibile, un’odissea per la sopravvivenza scandita dal respiro affannoso e dalla diminuzione dell’ossigeno.
È forse qui, sul piano puramente drammaturgico, che Gravity mostra qualche crepa nella sua scintillante fusoliera. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Cuarón con il figlio Jonás, opta per una caratterizzazione a tratti convenzionale. Il retroterra della dottoressa Stone, segnato da una tragedia personale, sebbene funzionale a creare un arco di rinascita, risulta una scorciatoia emotiva un po’ troppo hollywoodiana per un film che ambisce a toccare il sublime terrore del vuoto esistenziale. L’architettura della trama, inoltre, si affida a una successione di crisi ed ostacoli così perfettamente incatenati da sfiorare l’inverosimile, quasi un’illustrazione della Legge di Murphy in orbita bassa (“You gotta be kidding me,” sospira a un certo punto la protagonista, e noi con lei).
Tuttavia, queste concessioni alla sceneggiatura da manuale non riescono a scalfire la monumentale potenza dell’opera. La performance di Sandra Bullock è titanica, un tour de force fisico ed emotivo che regge quasi da solo l’intero film, mentre George Clooney incarna con carisma il fantasma della sicurezza e della speranza. In definitiva, Gravity è un’esperienza fisica prima ancora che intellettuale. Un film che sacrifica parte della sua potenziale profondità metafisica sull’altare di un thriller mozzafiato, ma che nel farlo ci regala alcune delle immagini più potenti e tecnicamente rivoluzionarie del cinema moderno. Un’opera da vivere, letteralmente, sul più grande schermo possibile.
