L’abbaglio

Il nostro parere

L’abbaglio (2025) ITA di Roberto Andò


Un manipolo di valorosi e un paio di disertori improvvisati, un’impresa titanica e una spedizione destinata a fare la storia. Siamo nel 1860, Garibaldi e i suoi Mille sbarcano in Sicilia per rovesciare il governo borbonico e dare il via all’unità d’Italia. Tra i volontari, un ufficiale palermitano fedele alla causa e due compaesani, un contadino esperto di fuochi d’artificio e un illusionista da quattro soldi, che si sono imbarcati solo per tornarsene a casa. Saranno proprio le loro vie a incrociarsi, in un conflitto che mescola dramma e commedia, idealismo e pragmatismo, con un epilogo che metterà in discussione tutto.


Dopo averci deliziato con il brillante sodalizio tra Toni Servillo, Ficarra e Picone ne La stranezza, il regista Roberto Andò ci riprova con una nuova avventura storica, mettendo nuovamente insieme il trio. Stavolta l’ambientazione è la spedizione dei Mille e la storia racconta di un episodio minore, noto solo agli storici più incalliti. Le premesse per un’opera divertente e profonda, capace di far riflettere senza appesantire, c’erano tutte. E la pellicola a tratti le mantiene, ma non decolla mai, aggirandosi in una terra di mezzo indefinita.

Tanto per cominciare, la parte tecnica è impeccabile. Il direttore della fotografia Maurizio Calvesi riesce a dipingere una Sicilia luminosa, aspra e a tratti quasi selvaggia, che per ambientazione potrebbe ricordare un western. E Toni Servillo, sempre e comunque superbo, veste i panni del colonnello Orsini con una maestria che commuove. Ma ahimè, tutto questo non basta.

La trama si perde in un doppio binario che non riesce a funzionare, lasciando perplessi. Si passa dalle manovre militari e dagli onorevoli dialoghi di Servillo alle peripezie comiche di Ficarra e Picone, senza una reale fusione dei generi. I due registri si alternano in maniera discontinua e quasi forzata, come se il film non sapesse bene quale strada prendere, preferendo arrancare su entrambe le corsie piuttosto che sceglierne una e percorrerla fino in fondo. Il risultato è che la pellicola si muove in un limbo, finendo con l’essere troppo poco drammatica per emozionare e troppo poco divertente per far ridere.

Un vero peccato, perché il potenziale era enorme. La sceneggiatura attinge a piene mani dal cinema d’autore italiano, ma si limita a sfiorare i temi senza mai approfondirli. Certo, i due comici sono a loro agio nei panni dei disertori che si trasformano in eroi per caso, ma la loro disillusione e le loro motivazioni si perdono un po’ tra le pieghe di una sceneggiatura che si affida troppo alla loro bravura. La stessa guerra, con il suo carico di tragedia e di orrore, resta quasi sullo sfondo, come un rumore lontano che fa capolino ogni tanto senza però diventare mai una presenza inquietante.

L’abbaglio dunque si rivela un film bello da vedere, ma vuoto di contenuti. Un contenitore pregevole, ma un po’ troppo scarno al suo interno, che si limita a sfogliare la superficie della storia, senza afferrare la sostanza.

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