Trap

Il nostro parere

Trap (2024) USA di M. Night Shyamalan


Il film ci trascina nel cuore di un concerto pop, dove un padre amorevole, Cooper, accompagna la figlia adolescente a vedere la sua pop star preferita, Lady Raven. Ma la serata prende una piega inaspettata quando Cooper scopre che l’intera arena è una trappola dell’FBI e della polizia, che hanno accerchiato il locale con un solo obiettivo: catturare un serial killer noto come Il Macellaio. Il colpo di scena arriva in fretta: è proprio Cooper l’uomo che cercano. Da quel momento, il film si trasforma in una caccia all’uomo tesa e claustrofobica, con Cooper che deve trovare un modo per sfuggire alla rete sempre più stretta che lo circonda, il tutto mentre cerca di mantenere la sua facciata di padre premuroso.



A volte un concept è così accattivante da riuscire a vendere un film, anche se il film stesso non è poi questo granché. E questo è un po’ il caso di Trap, l’ultima fatica di M. Night Shyamalan. L’idea di base è notevole, per quanto inverosimile: un thriller ambientato in un’arena gremita durante un concerto di una star del pop, dove migliaia di persone sono inconsapevoli del fatto che stanno assistendo a una gigantesca caccia all’uomo. Peccato che l’attuazione non sia all’altezza. La sceneggiatura, che si dice sia stata scritta in tempi record, sembra proprio un’idea abbozzata, un primo getto che avrebbe avuto bisogno di qualche altro giro di revisione.

La trama si regge su una premessa talmente inverosimile da richiedere una sospensione dell’incredulità ai massimi livelli. L’idea che la polizia decida di organizzare una mega trappola per un serial killer in un luogo con 30.000 persone, rischiando una carneficina, è un’assurdità che nemmeno gli specialisti dell’FBI del film sembrano capire. Ma, in fondo, quando si va a vedere un film di Shyamalan si sa che bisogna mettere da parte la logica.

L’elemento di forza, e forse l’unico vero motivo per cui vale la pena vederlo, è Josh Hartnett. L’attore, che sta vivendo una seconda giovinezza artistica dopo il successo in Oppenheimer, regala una performance notevole, un vero e proprio camaleonte che passa dalla maschera del padre premuroso e un po’ impacciato a quella del sociopatico calcolatore con una facilità disarmante. I suoi piccoli gesti, un sorriso sornione, un’espressione astuta, riescono a trasmettere un senso di minaccia che il film, ahimè, fatica a costruire con le sue dinamiche. La sua interpretazione è l’unica cosa che tiene a galla la barca, ma purtroppo il copione non gli rende giustizia. Il suo personaggio, anziché essere un genio del male, finisce per essere un tizio incredibilmente fortunato, che sfugge alla cattura grazie a una serie di coincidenze e “magie da film” che fanno storcere il naso.

E a proposito di magie da film, la gestione dello spazio è un’occasione sprecata. Un concerto pop è un ambiente perfetto per un thriller: luci stroboscopiche, suoni assordanti, una folla che si muove in modo imprevedibile, ma la regia non riesce a trasmettere quel senso di claustrofobia e disorientamento che dovrebbe avvolgere il protagonista. La fotografia, per quanto tecnicamente valida, si concentra troppo sugli schermi giganti del palco, forse per dare la prospettiva del protagonista, ma finisce per far sembrare lo spettacolo di Lady Raven (interpretata dalla figlia del regista, Saleka Shyamalan) un evento poco convincente. Invece di far percepire l’ansia della folla che lo circonda, ci ritroviamo a guardare un concerto attraverso uno schermo nello schermo.

Shyamalan ha il merito di portare sullo schermo un’idea originale in un’epoca in cui a Hollywood si producono quasi solo sequel, remake e film basati su fumetti. Ma l’originalità da sola non basta. Il film manca di mordente. E per quanto la carriera di Saleka come cantautrice sia promossa, e lei stessa abbia composto le musiche del film, la performance sul palco e la recitazione non lasciano il segno, specialmente in un film che richiedeva ben altro spessore da parte della “star” dello show. Alla fine, il risultato è un thriller che si guarda, ma che non lascia il segno. Appena esci dalla sala, è già bello che dimenticato.

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