10 registi morti nel 2024
Wolfgang Becker (Hemer, 22 giugno 1954 – Berlino, 12 dicembre 2024) Nel 1988 il suo lungometraggio d’esordio Farfalle vinse il Pardo d’oro al Festival del film di Locarno. Nel 1992 Becker girò Kinderspiele, mentre nel 1997 firmò la regia di Das Leben ist eine Baustelle, che vinse numerosi premi fra cui una menzione speciale al Festival internazionale del cinema di Berlino. Nel 2003 realizzò Good Bye, Lenin!, la sua pellicola più nota, che in Germania incassò oltre 30 milioni di euro.
Jean Charles Tacchella (Cherbourg, 25 settembre 1925 – Versailles, 29 agosto 2024) Giornalista (L’Écran français) e sceneggiatore, si fece notare come regista grazie a due cortometraggi: Le derniers hivers (1970) e Une belle journée (1972). Nel 1975 diresse Cugino, cugina, ottenendo un eccezionale successo di critica e di pubblico. Dopo ha girato Travelling avant (1987); Donne di piacere (1990); Tutti i giorni è domenica (1994) e Les gens qui s’aiment (2000). Membro del consiglio di amministrazione della Cinémathèque Française fin dal 1981, ne fu presidente nel 2001; nel 2003 divenne presidente onorario.
Serif Goren (Xanthi, 14 ottobre 1944 – Istanbul, 8 dicembre 2024) Autore di film popolari di ogni genere, raggiunse notorietà internazionale per aver vinto la Palma d’oro a Cannes con il film Yol (1982), costruito sulla base delle indicazioni di Yılmaz Güney, il cineasta di origine curda, allora detenuto in un carcere turco. Dopo essere stato montatore e assistente di registi quali Atıf Yılmaz, Memduh Ün e Osman Seden realizzò numerosi film di successo: dal vigoroso dramma Il fiume (1977) al carcerario L’evasione (1982), da Il sangue (1984), ossessionato dal binomio onore/vendetta a La vendetta del serpente (1985), radiografia kafkiana di un sopruso di classe in Anatolia, censuratissimo remake del film omonimo di Metin Erksan (1961). Dopo il trionfo di Yol, realizzò film convincenti o controversi, tra cui va ricordato Dieci donne (1987).
Percy Adlon (Monaco di Baviera, 1º giugno 1935 – Pacific Palisades, 10 marzo 2024) In televisione si impose come regista di documentari, realizzando una serie di ritratti biografici di artisti ed esponenti della vita culturale. Il gusto per la cultura umanistica, l’attenzione per il dettaglio si ritrovano nel suo riuscito esordio cinematografico, avvenuto nel 1981 con Céleste. Dopo Fünf letzte Tage (1982), incentrato sugli ultimi cinque giorni di una militante della resistenza tedesca che sta per essere giustiziata dai nazisti, e Il pendolo (1983), ritratto di una famiglia bavarese, tornò all’attenzione della critica con Sugar baby (1984), storia d’amore non convenzionale, caratterizzata dalla forte presenza di Marianne Sägebrecht, l’attrice bavarese alla quale avrebbe affidato il ruolo di protagonista nelle due opere successive. La notorietà internazionale è arrivata con Bagdad Cafè, primo capitolo di una trilogia sulle ossessioni del sogno americano, in cui ha saputo trasmettere con leggerezza e ironia la sua visione poetica della realtà, alla ricerca della bellezza nella quotidianità più desolata. Minor successo hanno ottenuto i seguenti Rosalie va a far la spesa (1989), parodia e satira del consumismo, e Salmonberries ‒ A piedi nudi nella neve (1991), ambientato in Alaska, tra ambiguità, senso di smarrimento e tonalità nostalgiche. Successivamente ha iniziato a sperimentare le nuove possibilità della camera digitale e ha ripreso a lavorare per la televisione.
Veljiko Bulajic (Vilusi, 22 marzo 1928 – Zagabria, 3 aprile 2024) Esordisce nella prima metà degli anni ‘50 con alcuni cortometraggi. Quindi si reca a Roma al Centro cinematografico dove oltre a studiare collabora con diversi cineasti italiani. Nel 1959 gira il suo primo lungometraggio: Il treno senza orario (cosceneggiatore è Elio Petri) conquistando un posto di primo piano nella cinematografia di tutta l’Europa socialista. Seguono La guerra (1960), scritto da Cesare Zavattini; Kozara – L’ultimo comando (1962), La battaglia della Neretva (1967), che ha tra i protagonisti, accanto ai migliori attori jugoslavi, Orson Welles, Yul Brynner e Sergej Bondarčuk, nonché Franco Nero e Curd Jürgens. Nel 1963 il Maresciallo Tito gli mette a disposizione mezzi infiniti per girare un documentario sul terribile terremoto in Macedonia. Skopje 1963, questo il titolo, otterrà numerosissimi premi, tra cui il massimo riconoscimento dell’Unesco e uno Speciale Leone d’oro a Venezia nel 1964. Quindi gira Quel rosso mattino di giugno – attentato a Sarajevo (1975), con Christopher Plummer, Florinda Bolkan e Maximilian Schell; L’uomo che va ucciso (1979); Alta tensione (1981); Il grande trasporto (1983); Terra promessa (1986); Il donatore (1989) e Libertas (2006), una coproduzione con la RAI.
Laurent Cantet (Melle, 15 giugno 1961 – Parigi, 25 aprile 2024) Iniziò girando un documentario Un été à Beyrouth nel 1990. Diventò poi l’assistente di Marcel Ophüls per Veillées d’armes (1994), sulla guerra in ex-Jugoslavia. Il suo primo film che lo fece conoscere al grande pubblico, Risorse umane (1999), vinse numerosi premi fra cui il Premio César per la migliore opera prima di fiction nel 2001. Nel 2008 il suo film La classe – Entre les murs fu premiato con la Palma d’oro al Festival di Cannes. Quattro anni dopo ritorna a Cannes con il film collettivo 7 giorni a l’Avana che vince nella sezione Un Certain Regard. Ritorno a Itaca è stato invece presentato alle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia nel 2014. Nel 2017 firma L’atélier, il suo ultimo film è Arthur Rambo del 2021 sulla nuova generazione dei francesi magrebini. Era al lavoro su un progetto cinematografico, The Apprentice, che sarebbe dovuto uscire nel 2025.
Paul Morrisey (New York, 23 febbraio 1938 – New York, 28 ottobre 2024) Già da studente cominciò a sviluppare un profondo interesse per il cinema grazie alle proiezioni del MoMA. Nel 1965 fu presentato ad Andy Warhol, con il quale cominciò una fruttuosa collaborazione: fu infatti incaricato della gestione dello studio di Warhol, The Factory. In questa veste associò il nome dell’artista al gruppo musicale dei Velvet Underground. Fu durante questa esperienza di amministratore che girò i suoi primi film, improntati a un estremo minimalismo, occupandosi anche della distribuzione. Fu però Cowboy solitari (1967), il primo film ufficialmente scritto, prodotto e diretto da Morrissey (anche se ufficialmente la regia è accreditata a Warhol). L’attività del regista continuò sotto l’egida di Warhol fino al 1975. Prima di lasciare la Factory, girò la trilogia – formata da Flesh (1968), Trash – I rifiuti di New York (1970) e Calore (1972), con Joe Dallesandro e l’attrice transgender Holly Woodlawn – che lo consacrò come autore di culto nel cinema indipendente, oltre che due horror – unici nella carriera del regista a non essere autoprodotti – che gli garantirono un discreto successo commerciale. L’interesse tributatogli in numerosi festival cinematografici lo spinse a dedicarsi a un seguito del suo film più celebre, Trash, sempre con Dallesandro e Holly Woodlawn come protagonisti.
Norman Jewison (Toronto, 21 luglio 1926 – Los Angeles, 20 gennaio 2024) Ha esordito come regista di commedie, ma è diventato un autore progressista e disilluso di un cinema di impegno civile e tecnicamente innovativo. Tra gli anni Sessanta e gli Ottanta ha diretto film di successo che hanno ricevuto numerose candidature agli Oscar. Nel 1988 ha vinto l’Orso d’argento alla regia al Festival di Berlino per Stregata dalla luna (1987) e nel 1999 ha ricevuto il premio Irving G. Thalberg, assegnatogli nell’ambito degli Academy Awards. Giunto a Hollywood nel 1961, ha fatto il suo esordio nella regia con un film per la Disney, ma la sua personalità di cineasta si è affermata solo con il quinto film, Cincinnati Kid (1965). Ha poi diretto una trilogia sull’intolleranza verso i neri negli Stati Uniti: La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967), Storia di un soldato (1984) e Hurricane ‒ Il grido dell’innocenza (1999). Negli anni Settanta ha diretto alcuni dei suoi migliori film, tra cui Il violinista sul tetto (1971), Jesus Christ, superstar (1973) e Rollerball (1975).
Paolo Taviani (San Miniato, 8 novembre 1931 – Roma, 29 febbraio 2024) La sua carriera è legata al fratello Emilio con cui ha diretto 19 film. Trasferitisi a Roma verso la metà degli anni ‘50, diressero alcuni documentari tra cui San Miniato luglio ’44, con il contributo di Cesare Zavattini. Nel 1960 diressero con Joris Ivens il documentario L’Italia non è un paese povero, mentre con Valentino Orsini firmarono i film Un uomo da bruciare (1962) e I fuorilegge del matrimonio (1963). Il loro primo film autonomo fu I sovversivi (1967). La tematica della rivoluzione è presente in Sotto il segno dello scorpione (1969), San Michele aveva un gallo (1972), adattamento di un racconto di Tolstoj e in Allonsanfàn (1974) dove si rilegge il melodramma viscontiano attraverso la lente d’una differente coscienza storica. Padre padrone (1977, Palma d’oro al Festival di Cannes), tratto dal romanzo di Gavino Ledda, racconta la lotta di un pastore sardo contro le regole feroci del proprio universo patriarcale. Ne Il prato (1979) si riscontrano echi neorealistici, mentre La notte di San Lorenzo (1982) narra, con uno stile definito “realismo magico”, la fuga di un gruppo di abitanti di un paese della Toscana, dove i tedeschi e i fascisti compiono una strage nel duomo per rappresaglia. Il film vince il gran premio speciale della giuria a Cannes. Kaos (1984) è un adattamento letterario tratto dalle Novelle per un anno di Pirandello. Ne Il sole anche di notte (1990) hanno trasferito nella Napoli del XVIII secolo il racconto Padre Sergij di Tolstoj. Da qui in avanti alternano adattamenti letterari come Le affinità elettive (1996, da Goethe), a film per il mercato internazionale come Good Morning Babilonia (1987). Fiorile (1993) è una riflessione sul potere corruttore del denaro. Tu ridi (1998), nuovamente ispirato alle novelle di Pirandello, è composto da due episodi. Successivamente i registi hanno scelto la via della televisione, filmando Resurrezione (2001) e Luisa Sanfelice (2004). Con Cesare deve morire (protagonisti i detenuti del carcere di Rebibbia che recitano Shakespeare) i fratelli Taviani vincono nel 2012 l’Orso d’oro al Festival di Berlino e il David di Donatello per il miglior film e il miglior regista. Nel 2015 esce Maraviglioso Boccaccio, in cui mettono in scena alcune novelle del Decameron. Nel 2017 tornano al cinema con Una questione privata, tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio: sarà il loro ultimo film insieme, dal momento che Vittorio, malato, muore all’età di 88 anni. Nel 2022 Paolo, per la prima volta da solo, torna in concorso a Berlino con Leonora addio.
Roger Corman (Detroit 5 aprile 1926 – Santa Monica, 9 maggio 2024) Leggendaria la sua rapidità nel realizzare i film (sei/sette l’anno, alcuni in meno di due giorni) e fondamentale la sua funzione di scopritore di talenti (Bogdanovich, Coppola, Scorsese, Hellmann, Sayles, Cameron, Dante, Demme, Nicholson, De Niro, Burstyn) tanto da formare una vera e propria ‘scuola cormaniana’. Dopo essere stato giornalista e agente letterario cominciò la sua attività di produttore, distributore e regista. A ritmo frenetico ha realizzato un centinaio di film di largo consumo, dai western, ai gangster film, ai teenagers-movies, al soft-core, alla fantascienza, ai prediletti horror, ed è stato oggetto di attenzione da parte della critica anticonformista, che ne ha individuato il background culturale nella letteratura romantica, nell’avanguardia surrealista, nella cultura psichedelica, e sottolineato l’attenzione alla psicoanalisi e agli aspetti socio-politici, dissimulata dalla grande ironia. Il debutto come regista avvenne con il western Cinque colpi di pistola (1955) cui seguirono, nei soli anni Cinquanta, più di venti film, tra cui La legge del mitra (1958) e Vita di un gangster (1959), ritratti, pervasi di violenza fisica e psicologica, di quel mondo gangsteristico che sarebbe tornato poi con Il massacro del giorno di San Valentino (1967) e Il clan dei Barker (1970), racconti secchi e brutali. L’antirazzismo di L’odio esplode a Dallas (1962), l’anarchismo di I selvaggi (1966), le visioni psichedeliche di Il serpente di fuoco (1967) anticiprono l’immaginario radical inaugurato dal ribellismo sessantottino. Ma furono gli horror tratti dai racconti di Poe, segnati da fantasia barocca, senso onirico della messinscena, orchestrazione del ritmo, abilità nel mescolare effetti orrorifici e note grottesche, a riassumere meglio la ridefinizione estetica del fantastico cinematografico. I vivi e i morti (1960) inaugura la costruzione di un universo parossistico, inquietante, morboso e soffocante, quasi metafisico, ma anche pervaso di una vena beffarda e sarcasticamente funebre. Al primo film seguirono Il pozzo e il pendolo (1961), Sepolto vivo (1962), I racconti del terrore (1962), I maghi del terrore (1963), La maschera della morte rossa (1964), La tomba di Ligeia (1964). Questi, con altri horror contribuirono all’elaborazione visiva di un mondo fantastico, presto diventato ‘di culto’ in cui il mostruoso diventa emblema figurativo e significazione morale, caricandosi di allusioni pittoriche e psicoanalitiche. Dopo la corrosiva incursione nel mondo giovanile di Gas-s-s-s! (1970) e Il barone rosso (1970), si è dedicato per tutti gli anni ‘70 e ‘80 solo alla produzione e alla distribuzione negli USA dei film di grandi cineasti europei. Nel 1990 è ritornato alla regia con una contaminazione di horror e fantascienza, Frankenstein oltre le frontiere del tempo, da un romanzo di Aldiss, piena di inventiva visionaria, di umorismo nero e di colta ironia.
