10 migliori film del 2025 secondo Variety – 2

Apriamo il 2026 con l’ultima classifica del 2025, attraverso la best ten di Variety secondo la firma di Owen Gleiberman che ha uno sguardo decisamente troppo americanocentrico. Saranno gli effetti del trumpismo?

1. One Battle After Another  (USA) di Paul Thomas Anderson

Il miglior film di Paul Thomas Anderson dai tempi di “Boogie Nights” è un’avventura distopica di un’attualità da brivido e di una disperazione ossessionante. È al contempo un thriller politico, un frenetico chase movie, una satira sul mondo sottosopra e una tormentata storia d’amore tra padre e figlia — ma, più di questo, è un film che ci scaraventa nella tana paranoica dell’ansia che caratterizza la vita in una società autocratica; in questo caso, una società che rispecchia in modo inquietante ciò che sta accadendo ai nostri “Stati Disuniti”. Ciò che il film non è, è un incitamento alla rivolta “di sinistra”. La banda scalcinata di rivoluzionari che lancia bombe carta e cerca di liberare gli immigrati dalle gabbie carcerarie si trova ai margini della società, ma se pensate che questo li renda radicali, avete adottato il punto di vista degli autocrati. Anderson ci guida attraverso una versione rivisitata e avvincente dell’America di oggi, con Leonardo DiCaprio nei panni di un ex rivoluzionario e padre così colossale nei suoi difetti quanto incrollabile, da sembrare il simbolo di tutti i nostri sogni infranti e del nostro quotidiano valore. Nessun film degli ultimi anni ha saputo tastare il polso del proprio tempo come “One Battle After Another”. E questo lo fa con una brillantezza tale da resistere alla prova del tempo.

2. Marty Supreme (USA) di Josh Safdie

Josh Safdie, al suo debutto da solista alla regia, è riuscito a realizzare un film che sembra “Uncut Gems” rifatto come un toccante successo popolare in stile all-American. Al centro c’è la performance ipnotica di Timothée Chalamet nei panni di Marty Mauser, un prodigio del ping-pong dei primi anni ’50 proveniente dal Lower East Side, che non desidera altro che diventare il campione del mondo di tennis da tavolo. Lo vuole così disperatamente che è disposto a mentire, rubare, sedurre, scartare le persone, bullizzare e terrorizzare pur di ottenerlo. Marty — con il suo sguardo di fuoco, i baffetti da ragazzino e la parlantina sicura da sexy-geek — è un odioso sociopatico narcisista? O è un classico eroe hollywoodiano che mette da parte la paura per inseguire il suo sogno? Entrambe le cose! Il bello del film è il modo in cui trasforma Marty in un antieroe di nuovo stampo, la cui folle fiducia in se stesso è esattamente ciò che serve per trascendere il karma della sconfitta (Frank Capra capirebbe). Il film, come Marty, è sfacciato, divertente, sfrontato e determinato, ma soprattutto è uno sguardo esaltante su cosa significhi inventarsi il proprio destino sul momento.

3. Sentimental Value di Joachim Trier

Ci sono momenti in cui lo splendido e intricato dramma familiare di Joachim Trier richiama le dinamiche laceranti di un dramma onirico di Ingmar Bergman. Ma Trier trascina quell’estetica nell’era dell’intrattenimento contemporaneo come un gioco di specchi. Costruisce il film attorno a una maestosa vecchia casa di Oslo — un luogo di calore, ricordi, terrore e fantasmi — e dipana la storia di due sorelle adulte e del loro padre, un regista iconico, con un occhio rivolto ai misteri della redenzione. Renate Reinsve offre la migliore interpretazione femminile dell’anno nei panni di Nora, i cui paralizzanti attacchi di ansia da palcoscenico esprimono come la sua vita abbia perso il centro. Stellan Skarsgård, nella sua prova migliore dai tempi di “Le onde del destino”, è il celebre padre regista di Nora, che appare come il classico artista narcisista della generazione boomer. Quando le offre il ruolo principale nel film del suo ritorno — una versione appena velata della torbida storia della loro famiglia — sembra che stia pensando solo a se stesso, ma in realtà sta girando l’intero film per salvarla. Trier ci tiene in bilico, intrecciando una disperazione suicida con una guarigione che appare profonda quanto le cicatrici.

4. Bugonia (USA) di Yorgos Lanthimos

Il selvaggio e bizzarro dramma sul sequestro di persona di Yorgos Lanthimos è un atto di tensione cinematografica violento, carico di odio e magnificamente distorto. È anche radicato in un’umanità che ti sorprende alle spalle. All’inizio pensiamo di assistere a un folle duello di ingegni psicopatici: Emma Stone è la spietata CEO di un’azienda farmaceutica che ha padroneggiato i meccanismi di difesa della nuova multinazionale “solidale”, e Jesse Plemons è l’incel complottista iper-progressista e trasandato che vuole torturarla affinché dica la verità — su sua madre vittima dei farmaci e sul mondo in cui viviamo. Per un po’ è come guardare “Misery” reinterpretato come un avvincente scontro a due sulla guerra culturale. Ma Stone e, soprattutto, Plemons continuano ad approfondire i propri personaggi (lui offre una prova attoriale che è come una tragedia sul filo del rasoio). E il finale a sorpresa ha una potenza travolgente che vale più di una dozzina di distopie apocalittiche.

5. Una ragazza brillante (FRA) di Agathe Riediger

La religione, diceva Karl Marx, è l’oppio dei popoli. Oggi direbbe che l’oppio dei popoli è la fama — quella nuova fama, volubile e bramosa, che sta al centro dello straordinario e audace dramma francese di Agathe Riedinger. Racconta la storia di Liane (Malou Khebizi), un disastro glamour di 19 anni schiava dei falsi dei dei social media e dei reality TV. Liane si pavoneggia, fa twerking, provoca le amiche e pubblica selfie. Questa è la sua vita. La chiave, per lei, è come riesca a trarre la messinscena da “diva in cerca di fama” direttamente dal suo trauma spirituale. Si mette in mostra per il mondo perché l’essere “autentici” è ciò che vende, e Malou Khebizi la interpreta con un dinamismo scontroso che brucia lo schermo. Se i fratelli Dardenne avessero mai fatto un film su ciò che accade nell’anima disperata della nostra cultura giovanile drogata di immagini, somiglierebbe a “Wild Diamond”, che segna l’arrivo della Riedinger come grande regista.

6. Mission: Impossible — The Final Reckoning (USA) di Christopher McQuarrie

Usare la minaccia dell’IA come espediente narrativo non richiede un grande sforzo di immaginazione. “Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno” l’ha fatto, con risultati mediocri. Ma nel capitolo conclusivo e cataclismatico della saga, Tom Cruise e il suo regista-collaboratore Christopher McQuarrie elevano il pericolo dell’IA in un thriller globale intriso di terrore. Questa volta l’Ethan Hunt di Cruise è davvero solo, mentre porta a termine la sua missione attraverso una serie di deviazioni mortali che ci tengono col fiato sospeso su ogni svolta strategicamente improvvisata. E quando Cruise rende incarnato l’impossibile, volando letteralmente nella zona di pericolo e abbandonando ogni rete di sicurezza per una sequenza d’azione aggrappato all’ala di un aereo — così spettacolare da essere forse il più incredibile esempio di espressionismo acrobatico dai tempi di Buster Keaton — si assiste alla riscoperta dello spirito primordiale di Hollywood.

7. Lurker (USA) di Alex Russell

Nella parabola lucida e inquietante di Alex Russell sulla patologia della celebrità, Théodore Pellerin — nei panni di un parassita disposto a tutto pur di restare a galla — offre una performance che mette a nudo il lato rettiliano e oscuro dell’adorazione ingenua dei fan. Il suo Matthew lavora in una boutique di Los Angeles quando entra Oliver (Archie Madekwe), una futura pop star britannica di successo mondiale. Matthew sa esattamente come manipolarlo, ma lo fa con tale astuzia e “innocenza” da ingannare il pubblico tanto quanto Oliver. Ben presto i due si ritrovano in una danza di opportunismo reciproco, vertiginosa quanto l’universo multimediale che la rende possibile. “Lurker” è stato realizzato con la maestria del primo Polanski incrociata con una consapevolezza modernissima di ciò che la cultura pop è diventata ora che i famosi e i loro fan si inseguono a vicenda.

8. Weapons (USA) di Zach Gregger

Nonostante tutti i film horror che escono ogni anno, tendono quasi tutti a chiudersi in uno schema, giocando (più o meno abilmente) con tagli a sorpresa, metafisica dei fantasmi e sanguinosi tropi di genere. Ma “Weapons” è uscito fuori dagli schemi come una nuova e audace specie di brivido. Ciò che ha reso il film di Zach Cregger la sorpresa dell’anno non è stato solo il fatto che sembrasse spuntato dal nulla, ma che fosse un dramma così stuzzicante e invitante, influenzato meno dai dettami dell’horror e più dai giochi a incastro di “Pulp Fiction”. Julia Garner è un’insegnante elementare alcolizzata accusata di aver causato la scomparsa di 17 dei suoi studenti; Alden Ehrenreich è il suo rozzo ex fidanzato poliziotto; Austin Abrams è un ladro senzatetto. Il film ti sommerge nel loro squallore, nelle loro speranze e nei loro destini intrecciati, così che quando arriviamo nel cuore di tenebra (sotto forma della performance ipnoticamente distorta di Amy Madigan nei panni di una megera del male), sembra che l’ultimo catartico pezzo del puzzle vada a incastrarsi orribilmente al suo posto.

9. Black Bag (2025) USA di Steven Soderbergh

Il geniale thriller romantico di Steven Soderbergh su due spie britanniche sposate che cercano di superarsi a vicenda è il gioiello più accattivante dell’anno. Scritto da David Koepp, rappresenta l’apoteosi dei “piccoli” film di Soderbergh: un’opera che esibisce la propria intelligenza con orgoglio, ma lo fa in modo così… intelligente da continuare ad attrarti nella sua elegante orbita di astuzia spionistica. George (Michael Fassbender), un esperto di controspionaggio presso il National Cyber Security Centre, riceve l’incarico di scoprire chi tra i suoi colleghi ha sottratto un software top-secret. Invita quattro sospettati a cena, essendo il quinto sospettato sua moglie Kathryn (Cate Blanchett). Il film non perde mai la sua esuberante aria di spietata nonchalance, ma presenta colpi di scena ancora più succulenti di un giallo di “Knives Out”, con Fassbender e Blanchett che duellano come star di una screwball comedy catapultate nell’era della sfiducia metafisica.

10. Nouvelle Vague (USA) di Richard Linklater

È improbabile che un regista che si sia prefissato di replicare un tempo e un luogo famosi l’abbia fatto in modo così meticoloso, amorevole e feticistico come Richard Linklater in questo incantevole trucco di prestigio cinematografico: un dramma “capsula del tempo” sulla realizzazione di “Fino all’ultimo respiro” di Jean-Luc Godard. La bellezza di “Nouvelle Vague” — e, in un certo senso, il suo scherzo sottile — è questa: Linklater mette in scena il film letteralmente come un diario ermetico in stile “voi siete lì” di ciò che Godard faceva ogni giorno sul set. Il motivo è che “Fino all’ultimo respiro” trovava il suo significato proprio nel modo in cui veniva girato — inventato sul momento, tratto dai viali e dai caffè di Parigi, messo in scena come una parodia di un film di gangster che faceva sentire quella parodia come una quarta dimensione della realtà. Nei panni di Godard, Guillaume Marbeck — recitando dietro occhiali da sole che non toglie mai — coglie così perfettamente la perversità intellettuale e impassibile del visionario regista della Nouvelle Vague da farti capire che egli stesso è un’opera d’arte tanto quanto i suoi film.

 

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