Ucciderò Willie Kid
Ucciderò Willie Kid (1969) USA di Abraham Polonsky
Non è un bel giorno. La notizia della scomparsa di Robert Redford, un’icona del cinema, un volto che ha segnato decenni di storie, ci lascia un vuoto incolmabile. Sembra quasi che un pezzo di Hollywood, quella vera, sincera e talentuosa, se ne sia andato per sempre. Perciò, oggi, non si può fare a meno di ricordarlo guardando uno dei suoi lavori meno noti ma più intensi, Tell Them Willie Boy Is Here, uscito in Italia con il titolo Ucciderò Willie Kid. Un film che, ironia della sorte, condivide l’anno di uscita con il suo successo più strepitoso, Butch Cassidy and the Sundance Kid, ma che non ha mai raggiunto la stessa fama. Eppure, in questo western crepuscolare e amaro, c’è un pezzo dell’anima di Redford. Anzi, c’è un pezzo del suo cuore, visto che fu proprio lui, all’apice della sua popolarità, a volere che il regista Abraham Polonsky, vittima della “caccia alle streghe” del maccartismo e ostracizzato per vent’anni, tornasse dietro la macchina da presa. Un gesto di un’eleganza e di un’onestà intellettuale rare, un testamento del suo impegno non solo come attore, ma anche come uomo.
Siamo in California, nel 1909. Willie Boy, un indiano Paiute, torna nella sua riserva e ritrova la donna che ama, Lola. Ma il padre di lei, un uomo bianco, non accetta la loro relazione e minaccia di uccidere Willie. In un alterco, Willie si difende e lo uccide, costringendo lui e Lola a fuggire nel deserto. Sulle loro tracce si mette lo sceriffo Cooper, interpretato da Redford, un uomo tormentato che deve inseguire i due fuggitivi e fare i conti con un’opinione pubblica assetata di giustizia sommaria e con le autorità locali che aspettano con ansia la visita del Presidente.
C’è chi ha definito questo film “troppo impegnato” e “poco divertente”, soprattutto se paragonato alla leggerezza di Butch Cassidy. Ma è proprio in questa sua serietà che risiede la sua forza. Non c’è epica, non c’è romanticismo, solo una caccia all’uomo asciutta e brutale, un quadro cupo e senza speranza. Polonsky usa il genere western per raccontare una storia che parla di ingiustizia, intolleranza e della persecuzione delle minoranze, temi che, a ben guardare, non sono mai andati via, nemmeno oggi. Willie Boy è il suo alter ego, un uomo costretto a fuggire per aver difeso la sua vita, un reietto messo all’angolo da un sistema che non lo accetta e che lo vuole cancellare. Non è un film semplice, ma è di un’onestà disarmante.
La fotografia di Conrad L. Hall è mozzafiato, con i suoi paesaggi aridi e sconfinati che diventano un personaggio a sé stante, un labirinto dal quale non c’è via d’uscita. E la musica di Dave Grusin, ipnotica e quasi assente, sottolinea la solitudine e il vuoto dei personaggi, lontana anni luce dalle melodie orecchiabili di Raindrops Keep Fallin’ on My Head.
Il cast è magistrale. Robert Blake, nel ruolo di Willie Boy, è di una sofferenza e una dignità incredibili. E poi c’è lui, Robert Redford, nei panni dello sceriffo Cooper. A differenza di altri western che lo hanno visto protagonista, qui non c’è la maschera da eroe senza macchia. È un uomo che lotta con la propria coscienza, che non vuole diventare un burattino in una vendetta ingiustificata. A un certo punto, nel film, Cooper pronuncia una frase che è come un pugno nello stomaco: “Di’ loro che non abbiamo più souvenir”. Un modo per dire che il vecchio West, quello dei miti e delle leggende, è morto, e non c’è più nulla da vendere. Solo la realtà cruda e amara di una società che non ha imparato nulla dai propri errori.
Il film, a suo tempo, fu un fiasco commerciale, ma la critica lo accolse con un entusiasmo che non aveva riservato a Butch Cassidy. Troppo ambiguo, troppo audace per il pubblico di allora. Ma rivederlo oggi, sapendo quanto dolore ha dovuto affrontare Polonsky e quanto è stato importante il sostegno di Redford, lo rende ancora più toccante. È un film che parla del passato, ma che, in fondo, parla di noi. E forse è per questo che la scomparsa di Redford fa così male. Non solo per l’attore, ma per l’uomo che era. Un uomo che ha dato una seconda possibilità a un regista, un uomo che ha saputo scegliere la parte giusta della storia, un uomo che ha lasciato un segno indelebile anche nei suoi film meno famosi. E allora, oggi, non possiamo che dire: “Tell them Robert Redford is here”.
