Tron Ares
Tron Ares (2025) USA di Joachim Ronning
Ares è un programma altamente sofisticato che riesce a varcare la soglia del mondo digitale per manifestarsi nella realtà fisica, la cosiddetta “meat space”. Creato da Julian Dillinger per scopi militari, Ares finisce per incrociare il cammino di Eve Kim, CEO di Encom e custode di un codice di “Permanenza” ereditato idealmente da Kevin Flynn. Tra inseguimenti su moto di luce tra i grattacieli e dilemmi esistenziali, la macchina scoprirà la meraviglia del mondo biologico, ribellandosi al proprio scopo distruttivo mentre la tecnologia della stampa 3D molecolare minaccia di riscrivere i confini tra organico e sintetico.
Dopo la psichedelia pionieristica dell’82 e il sinfonico videoclip di Kosinski nel 2010, Joachim Rønning ci consegna un terzo capitolo che sembra soffrire della stessa patologia che tenta di descrivere: l’iper-digitalizzazione dell’anima. Se Tron: Legacy era un’opera che viveva di pura estetica e della maestosa partitura dei Daft Punk, TRON: Ares cerca di sporcarsi le mani con la filosofia dell’Intelligenza Artificiale generativa, finendo però per assomigliare a un elegante keynote aziendale della Silicon Valley.
Dal punto di vista puramente tecnico, il film è un gioiello. Il passaggio dal “Grid” al mondo reale è gestito con una palette cromatica dominata da un rosso cremisi che taglia l’oscurità urbana con la precisione di un laser. La colonna sonora firmata da Trent Reznor e Atticus Ross (Nine Inch Nails) è, prevedibilmente, l’elemento più riuscito: un tappeto industrial-elettronico che abbandona l’eroismo orchestrale del capitolo precedente per un suono più sporco, marziale e, a tratti, disturbante. È una musica che non accompagna le immagini, ma le aggredisce.
Il problema sorge quando si scava sotto la superficie dei pixel. Il copione di Jesse Wigutow flirta con il mito di Frankenstein e le ansie contemporanee sull’IA, ma lo fa con una timidezza che mal si sposa con l’eredità sovversiva del primo Tron. Ares è un protagonista che dovrebbe incarnare il sublime tecnologico, ma Jared Leto è costretto a una recitazione così sottotono da risultare, a tratti, bidimensionale.
Questa frase di Julian Dillinger riassume l’intero film: una riflessione sul controllo che però non osa mai mettere in discussione il sistema che la produce. È un cinema che critica l’algoritmo usando una struttura narrativa altrettanto algoritmica, con un Jeff Bridges ridotto a un simulacro digitale che sa più di operazione nostalgia che di reale necessità narrativa.
In definitiva, TRON: Ares è un’esperienza sensoriale imprescindibile per chi ama il Sound Design allo stato dell’arte e la fotografia ad alto contrasto. Tuttavia, per il cinefilo che cerca il “fantasma nella macchina”, il rischio è quello di trovarsi di fronte a un sistema chiuso, bellissimo da guardare, ma privo di quel bug creativo che rende il grande cinema davvero umano.
