Sangue blu
Sangue blu (1949) UK di Robert Hamer
Louis Martinez, un giovane di umili origini, ha un conto in sospeso con l’aristocratica famiglia D’Ascoyne. La madre, infatti, fu rinnegata per aver sposato un cantante d’opera italiano. Dopo la sua morte, Louis, mosso da una vendetta implacabile, decide di eliminare uno a uno tutti i membri della stirpe che lo precedono nell’eredità del ducato, per prendersi ciò che ritiene suo di diritto.
Ci sono film che rimangono impressi nella memoria per un attore, per una scena memorabile o per un dialogo geniale. Poi c’è “Sangue blu”, un vero e proprio diamante nero del cinema, che ti rimane dentro per un sacco di motivi, a cominciare dal fatto che non somiglia a nient’altro. La cosa divertente è che, al di qua della Manica, c’è chi lo ricorda principalmente per la trovata di Alec Guinness che interpreta ben otto personaggi della stessa famiglia, a mo’ di giostra di travestimenti. Invece, in Inghilterra, dove l’umorismo ha un sapore un po’ più acre, è considerato uno dei capolavori assoluti degli Ealing Studios, un vero e proprio manifesto di irriverenza e satira sociale.
Certo, Guinness fa il suo show, e non è un caso che sia diventato l’asso pigliatutto di quelle produzioni, tanto che il suo volto, o meglio, i suoi molti volti, sono quasi sinonimo di Ealing. Ma se ci si ferma solo a questo, si perde il sapore del vero piatto forte: la storia di Louis, un killer con le buone maniere che, per vendicare l’onore della madre e conquistare un titolo nobiliare, si lancia in una strage familiare. Un po’ come se il John Doe di “Seven” raccontasse la storia dal suo punto di vista, con un fare talmente elegante e distaccato da farti parteggiare per lui.
E qui casca l’asino, o meglio, l’aristocratico. Il film ci porta nella Londra di inizio Novecento, un’epoca di stabilità e rigore apparente, per mettere in discussione ogni cosa: la supponenza dei ricchi, l’ipocrisia della morale e la rigidità di un sistema di classi marcio. I D’Ascoyne sono degli arroganti impresentabili, gonfi di presunzione, mentre Louis è un assassino che non si fa scrupoli. Il film non sceglie per noi, ci lascia sospesi in una zona grigia in cui i buoni e i cattivi si mescolano in un cocktail letale e raffinato. Si evince che, se la qualità di una commedia fosse misurata solo dal numero di risate che suscita, questa non sarebbe un granché, perché le battute non sono delle vere e proprie “gag”. È il sapore agrodolce, quasi amaro, dell’ironia che ne fa un film imperdibile.
Il regista e sceneggiatore Robert Hamer aveva dichiarato di voler creare un’opera che se ne fregasse delle convenzioni morali, e ci è riuscito in pieno. Il film è un gioco sottile di parole, allusioni letterarie e doppi sensi, dove il linguaggio non è solo un mezzo per raccontare, ma diventa un’arma vera e propria, di seduzione, di persuasione e di inganno. Non a caso, il film ha un tocco letterario talmente spiccato che chi si limita a leggere i sottotitoli perde quasi la metà del divertimento, perché la bellezza sta nelle sfumature, nelle pause e nel modo in cui ogni parola è scelta e pronunciata.
Ma c’è un altro aspetto che, a ben guardare, rende questo film un vero gioiello: il duello verbale tra Louis e Sibella. Lui la ama, ma è un arrivista. Lei lo adora, ma lo tradisce per un uomo con maggiori prospettive. La loro relazione è un’altalena tra amore e odio, un gioco a due che rivela la complessità dei sentimenti al di là della freddezza apparente. In ogni scambio di battute si percepisce una tensione sessuale e una complicità che non ha eguali. Dunque, la vera forza recitativa del film, oltre al monologo interiore del protagonista, non è tanto l’exploit di Guinness, ma il duetto magnifico tra Dennis Price, nel ruolo della vita, e Joan Greenwood, un’icona di classe e perversa seduzione.
